giovedì 26 gennaio 2012

Nature e il picco del petrolio

Stamane sono passato con il mio motorino elettrico davanti ad un po' di distributori, tutti con la loro brava coda di auto. Mi sembrava di vivere su di un altro pianeta, visto che i distributori li frequento forse una volta al trimestre.


Ma la scena mi è immediatamente tornata in mente leggendo il numero di oggi di Nature, la più prestigiosa rivista scientifica internazionale. Vi compare un articolo di commento sulla situazione della produzione mondiale di petrolio. La cosa più carina è questo grafico, che mostra come variano i prezzi in funzione della produzione.


Fino al 2004 (punti azzurri) un aumento della produzione, e quindi dei consumi, causava un aumento proporzionale dei prezzi, che all'incirca raddoppiavano per un aumento dei consumi da 64 a 74 milioni di barili al giorno. Da allora la produzione è rimasta sostanzialmente inchiodata a 74 milioni di barili al giorno (è inelastica), con i prezzi che vanno selvaggiamente su e giù (più su che giù), seguendo più che altro l'andamento della crisi economica. C'è una leggera tendenza ad un aumento della produzione con i prezzi, ma per arrivare a 75 milioni di barili il prezzo deve superare i 100-120$. Detto in altre parole il petrolio che possiamo estrarre è quello, fatevelo bastare.

Ma un prezzo del petrolio sopra i 100$ è, a detta di diversi economisti, incompatibile con la nostra economia. Non si tratta solo delle code al distributore, il petrolio entra praticamente in tutto: energia, cibo (fertilizzanti, agricoltura meccanizzata), distribuzione e trasporti (vedi cosa succede per un banale sciopero di un po' di trasportatori), materie plastiche... E quindi stiamo vivendo da alcuni anni in una situazione in cui oscilliamo lungo un ciclo: prezzi del petrolio alti -> crisi economica -> contrazione dei consumi -> calo (relativo) dei prezzi -> timida ripresa di economia e consumi -> prezzi alti. Governo Monti, default greco, crisi dei subprime USA, alla fine tutto è causato ANCHE da quel grafico lì sopra. E per far capire la cosa anche a chi legga distrattamente, un occhiello evidenzia la frase “The price of oil is likely to have been a large contributor to the euro crisis in southern Europe.” Il prezzo del petrolio probabilmente ha dato un grosso contributo alla crisi dell'euro nell'Europa meridionale.

Le brutte notizie però non sono finite. I pozzi di petrolio esistenti stanno calando la produzione di circa il 5% l'anno (4,5%-6,7% secondo diverse fonti). La produzione di 74-75 Mil. di barili viene mantenuta mettendo in produzione nuovi giacimenti, scoperti gli anni passati e sempre più costosi. Ma per mantenere la produzione per tempi lunghi, diciamo fino al 2030, occorrerebbe scoprire un paio di nuove Arabie Saudite. Che semplicemente non esistono. Insomma, il petrolio non è finito, ne avremo ancora per un bel po', ma sempre meno e sempre più caro. Le code ai distributori sono un assaggio di quel che vivremo tra non troppi anni. E di conseguenza questa crisi non finirà mai.

Si passa quindi in rassegna le alternative. Petrolio da sabbie bituminose? Ce nìè un sacco, ma è difficile, inquinante (1) da produrre. Il Canada potrebbe arrivare a produrne 4,7 milioni di barili al giorno, il Venezuela altri due. Il carbone? Le stime delle riserve sono state recentemente riviste al ribasso (2), il carbone che si può ragionevolmente pensare di estrarre è solo una piccola parte di quanto si stimasse. Molte speranze sono state poste nel metano, in particolare allo "shale gas"(3), che però sembra molto più difficile (ed inquinante) da estrarre del previsto. A un certo punto il giacimento si rifiuta di produrre, il metano resta intrappolato nelle rocce e la produzione crolla.

Tra le conclusioni mi sembra spicchi "questioning if and how economic growth can continue without an increase in fossil fuels" (chedersi se e come si possa mantenere una crescita economica senza una crescita dei combustibili fossili). E un aumento delle tasse sui consumi petroliferi va nella direzione giusta, perché costringe ad essere più efficienti. Ma qualsiasi cosa vada fatta, va fatta ora.

Note

(1) Ed energivoro. Alla fine diventa un cane che si morde la coda, se devo utilizzare tanta energia quanta poi ne ricavo dal petrolio estratto faccio prima a lasciarlo dov'è. In pratica, considerando tutti gli altri costi energetici, non conviene estrarre petrolio se impiego più di un terzo dell'energia che ne ricavo.

(2) dimezzate rispetto al 2004, ridotte ad un quinto rispetto agli anni '90

(3) Lo "shale gas" è metano intrappolato in una roccia porosa, ma in cui i pori non comunicano tra di loro. Viene estratto fratturando la roccia, ad es. pompandoci dentro acqua in pressione.

giovedì 5 gennaio 2012

Carbon neutral

Mio fratello da qualche anno abita nella vecchia villetta in cui sono cresciuto io, finché a 18 anni sono emigrato in Toscana. Ricordo molto bene le fredde sere invernali, la testa sotto le coperte a riscaldarmi con il fiato, i calzetti addosso. I vetri perennemente appannati dalla condensa, con noi ragazzi che li usavamo a mo' di lavagna, disegnando col dito. I geloni di mia sorella. Il mio "laboratorio" era in una stanza al primo piano, e non di rado mi vedevo il fiato. Quella volta l'isolamento termico nessuno sapeva cosa fosse, tanto il gasolio da riscaldamento costava poco; ma la notte si abbassavano i termosifoni, in fondo ci sono le coperte, no?

E nessuno di noi fratelli ha mai avuto il fegato di "ereditare" quella casa, anche perché quando i miei han deciso di andare ad abitare in un appartamento più piccolo eravamo già tutti sistemati, ma anche per il dilemma tra le bollette stratosferiche e il gelo.

Be', lui ha preso il toro per le corna e questo Natale mi ha mostrato i risultati. Innanzitutto ha insufflato le pareti con isolante espanso, messo i doppi vetri (con camera come si deve, filtro IR) ai vecchi infissi di legno, fatto un cappotto al tetto. Cambiare gli infissi sarebbe costato troppo, ma già così le dispersioni si sono ridotte di un terzo. Ha considerato diverse soluzioni per una pompa di calore, ha scartato, sempre per i costi, la sonda geotermica e installato una pompa di calore da 6 KW. Per una casa che aveva prima un bruciatore da 40 kW non è male. Aveva in precedenza fatto mettere una caldaia a condensazione, che tiene per l'acqua sanitaria e per dare una spinta quando la temperatura esterna scende troppo, ma con le temperature non rigidissime (minima a zero C, massima sui 10) di quei giorni la casa era confortevole con 3 kW di potenza. L'acqua nei tubi circola a 35-38 gradi, con una pompa modulata per far circolare solo l'acqua che serve. Con quel basso salto termico, riesce ad avere un COP di 4-6, a seconda della temperatura esterna. Se il COP scende sotto il 3, parte la caldaia a condensazione. I termoconvettori hanno pure la ventola pilotata da inverter, e in condizioni normali assorbono solo 6-7W l'uno. E richiedono pure solo l'acqua calda necessaria, con valvola modulante, e sistema integratore/derivatore per il controllo. Un po' di intelligenza distribuita permette di tener conto di finestre aperte, punti freddi, ecc.

E si è installato 9,6 kWp di policristallino sul tetto. Energia da vendere, non riesce a consumarla tutta neppure mandando a manetta il riscaldamento. Pensa di prendere un'auto elettrica, anche se per ora aspetta di aver pagato i mutui più grossi. Finendo il giro in cui mi ha mostrato tutte queste meraviglie, mi ha commentato, orgoglioso: "Ora sono ad emissioni di carbonio zero".

domenica 1 gennaio 2012

Il nostro futuro (o il loro)

Anno nuovo, e uno pensa al futuro. Noi astronomi siamo decisamente un po' malati, perché il nostro futuro si misura in miliardi di anni, e fino a qualche anno fa non nutrivo particolari problemi per diversi miliardi di anni. Sì, tra circa 6,35 miliardi di anni il Sole diventerà una gigante rossa, ma anche per un astronomo è un tempo lunghetto.

Recentemente mi sono reso conto che però le cose sono un po' meno rosee. Il Sole si riscalda lentamente, tanto che diverse volte, tra 2200 e 700 milioni di anni fa la Terra ha passato dei periodi di intensa glaciazione(1), in pratica era un'unica, continua, palla di ghiaccio fino all'equatore.

Diversi processi tendono a mantenere una temperatura stabile. In parte (su tempi scala corti, da migliaia a milioni di anni) ci pensano le piante, o meglio gli organismi fotosintetici, che regolano la quantità di CO2 in modo che si rimanga in un intervallo di temperature compatibili con la vita. Su tempi più lunghi, il CO2 si combina con le rocce e viene depositato sul fondo degli oceani. La deriva dei continenti rimette in gioco il carbonio, trascinando nelle geosinclinali i fondali oceanici e riemettendo CO2 con i vulcani. Senza questo meccanismo prima o poi il carbonio si esaurirebbe.

Quindi la concentrazione di CO2 nell'aria è andata calando nelle ere geologiche, ed oggi (o meglio, prima che la facessimo rovinosamente risalire) è ai suoi minimi storici. Può calare ancora, per compensare un ulteriore aumento di attività solare, ma non per tantissimo. Tra qualche centinaio di milioni di anni (difficile stabilirlo con esattezza, circa 500-700) la temperatura raggiungerà comunque livelli tali da essere incompatibili con vita terrestre di una certa complessità(2). Resteranno specie acquatiche, più protette. Tra 1100 milioni di anni si innescherà un "effetto serra umido", che farà evaporare e perdere nello spazio gli oceani. In pratica sarà difficile che qualcosa sopravviva. E tra 3,3 miliardi di anni la temperatura sarà sufficientemente alta da liberare il CO2 dalle rocce, rendendo la Terra un deserto secco e torrido, analogo a Venere.

Be', poco male, si può emigrare, o aspettare che la vita si formi su altri pianeti. Sembrava possibile, finché non mi sono imbattuto in una serie di articoli(3) che fanno due conti sul meccanismo della deriva dei continenti di cui parlavo sopra. I continenti si spostano perché sotto di noi viene generato continuamente del calore(4) dal decadimento di isotopi radioattivi, che fa letteralmente "ribollire" il mantello, che a sua volta trascina i continenti e crea i vulcani (5). Questi isotopi si esauriscono nel tempo e in qualche miliardo di anni dovrebbero diventare troppo pochi per far funzionare il meccanismo. Molto più tempo di quanto serva al Sole per arrostirci, ma abbastanza per toglierci illusioni di campare molto più a lungo. Niente deriva dei continenti, niente carbonio, e niente vita.

Questo mette, almeno a me, in una prospettiva diversa anche il presente. Stiamo rapidamente consumando tutte le risorse minerarie (petrolio, ma anche rame, piombo, oro, indio, neodimio...) che si sono accumulate letteralmente in miliardi di anni sul nostro pianeta. Tra due secoli non ci saranno più, e nessuna civiltà futura li avrà a disposizione. Se non riusciamo a creare ora una civiltà sostenibile, torneremo in un eterno medioevo, senza una seconda possibilità. Ma neppure se ci estinguiamo possiamo sperare che in futuro una civiltà di bonobi o di armadilli, di cetacei possa avere la sua chance di una civiltà industriale. Forse tra 150 milioni di anni avranno di nuovo del petrolio, ma non più il carbone. E magari sarà un bene, visti i margini minori per un loro effetto serra.
Ma anche nei tanti pianeti extrasolari simili alla Terra che stiamo scoprendo non è detto che le cose siano troppo ospitali. Se sono troppo vecchi (molti lo sono parecchio di più del nostro pianeta) la deriva dei continenti potrebbe essersi già fermata. E quelli che si formano ora hanno troppi pochi elementi radioattivi (nel gas interstellare stanno diminuendo, non ci sono più le supernove di una volta), hanno solo un miliardo o due di deriva dei continenti a disposizione, troppo pochi per evolvere una vita pluricellulare. Insomma, non solo la vita è possibile soltanto in una fascia del disco della Galassia, ma anche in un relativamente stretto periodo di formazione dei pianeti.


Insomma, teniamoci da conto la nostra Terra, e la nostra civiltà. Cerchiamo di trovare rapidamente un modo per avere una economia e una tecnologia sostenibile. È davvero ora o mai più.

Note
(1) Un resoconto della storia climatica della Terra si trova ad es. qui.
(2) Se ci mettiamo di impegno, ce la si fa in soli 200 anni. Basta riuscire ad innescare la liberazione del metano contenuto nei clatrati, e praticamente tutta la fascia equatoriale e tropicale del pianeta diventa mortale per alcune specie. Incluso Homo sapiens. Nel resto forse si riesce a sopravvivere
(3) Questo fa una rassegna della situazione. Nella bibliografia si trovano una serie di approfondimenti.
(4) circa mezzo watt per metroquadro, 5 volte i limiti di legge italiani per le onde radio
(5)
e i terremoti, se non esistessero non saremmo qui a discutere

domenica 4 dicembre 2011

Una favola e tante scie chimiche

Un "cane solare" fotografato ad Arcetri il 28 novembre. Il piccolo arcobaleno nel cerchietto, a 22 gradi dal Sole, si verifica solo se quella foschia lassù è composta da cristalli di ghiaccio. Una prova che le scie di condensa sono formate, appunto, da ghiaccio.

Come mai mi occupo di quell'evidente bufala delle scie chimiche? Me lo chiedono in tanti: chi la riconosce come bufala mi rimprovera per buttar via il mio tempo, che potrei dedicare a cose più proficue; chi invece ci crede sostiene che il fatto che io perda tempo a confutargliela è un chiaro indizio del fatto che sono pagato per farlo, e quindi che la loro NON è una bufala.

Be', per una volta cercherò di dar loro retta, e quindi non mi metterò direttamente ad occuparmene, ma citerò solamente una persona che lo ha fatto. In questo ottimo post Ugo Bardi riporta una favola di Antonio Turiel, in cui tre boscaioli di fronte a una grave inondazione reagiscono in modo differente. Chi cerca un colpevole, e si innamora della propria teoria a dispetto delle evidenze, chi si convince che l'alluvione è solo una rara eventualità, il futuro è comunque roseo e si può continuare come se nulla fosse, e chi cerca le vere cause, e agisce di conseguenza.

Come il primo boscaiolo del racconto, chi sostiene la bufala delle scie guarda ai problemi ambientali in cui viviamo (nel gruppo degli attivisti fiorentini si lamenta dei raccolti sempre più scadenti) come frutto di un deliberato complotto di pochi cattivissimi. E ha individuato nelle scie degli aerei la prova di questo. Almeno alcuni dei sostenitori del complotto negano con molta energia la questione del riscaldamento globale, per loro solo uno specchietto per allodole. Un attivista locale mi prende in giro perché ritengo il petrolio una risorsa vicina all'esaurimento, mentre lui crede alla storia del petrolio abiotico (virtualmente infinito).

E mi sento di condividere le conclusioni di Turiel sulla "narrativa eroica", che affligge non solo i complottisti, e la loro immagine dell'uomo retto e determinato che sconfigge i cattivi che complottano nell'ombra, ma anche i nostri economisti che, per citare Turiel, cercano un discorso più attraente che realistico. Per esempio si parla di recuperare il sentiero della crescita anche se la realtà è che questa crisi economica non finirà mai; di accettare sacrifici ora a vantaggio della futura prosperità quando, in realtà, ogni aggiustamento ci porta al collasso catabolico; di piani di riscatto necessari per far riprendere l'economia quando in realtà servono per tappare i buchi delle grandi banche; di politiche di promozione dell'impiego che in realtà sono il degrado delle condizioni dei lavoratori; ecc.

Ma il problema della narrativa eroica è che non solo è errata, ma che ci porta al disastro. Per questo non è una perdita di tempo occuparsene.

martedì 29 novembre 2011

Sardegna 2 - viva la burocrazia

I burocrati stan conquistando il mondo. Altro che rettiliani.

Oggi sono andato a portare tutta la documentazione delle spese per il viaggio di lavoro in Sardegna (330 euro complessivi per 4 giorni, viaggio, vitto e alloggio). Oltre a una selva di moduli in cui dichiaro perché ho preso l'aereo invece del traghetto, tutte le carte di imbarco dei voli, il foglio con la prenotazione dell'albergo che deve coincidere con la ricevuta (quest'ultima da sola non basta), lo scontrino del panino+mela che non vale perché è fatto in un negozio di alimentari e non da un ristoratore, ecc. la segretaria mi ha chiesto una lettera formale di invito dell'Osservatorio di Cagliari.

La cosa ha del grottesco. Il direttore di Cagliari mi ha mandato una mail e in sostanza mi ha detto: "Senti, qui han problemi con quello strumento. Visto che tu ci hai lavorato parecchio, verresti qualche giorno a darci una mano, e a far vedere ai nostri giovani come si fa?" Mi ha spedito un ordine di missione (il direttore di Cagliari ti ORDINA di andare a Cagliari dal giorno x per "collaborazione scientifica"), il mio direttore ha controfirmato una secondo ordine di missione, quindi io avevo in teoria il dovere di obbedire a ben due ordini. No, non basta, serve che qualcuno scriva una lettera in cui sia dettagliato cosa vado a fare, perché serve stia proprio 4 giorni, con chi lavorerò, eccetera, il tutto su carta intestata. Ho stampato la mail e ho detto alla segretaria di farsela bastare, ma lei ha storto parecchio il naso.

Ma il massimo della demenzialità arriva oggi. Devono nominare un nuovo direttore dell'Osservatorio. La procedura prevede che chi era disponibile/interessato mandasse la sua candidatura alla direzione centrale a Roma, dove una commissione le sta valutando. La commissione deva anche sentire il parere del personale, e oggi un commissario è venuto a parlarcene. Ebbene, la lista dei candidati è protetta dalla privacy, noi non possiamo sapere chi sono i candidati su cui dobbiamo esprimerci. Fortunatamente la cosa è così demenziale che il commissario, pur non essendo autorizzato a dire i nomi, ha incaricato il vecchio direttore di comunicarceli. Ma fino a ieri non li sapevamo., con un certo imbarazzo del sottoscritto che, come rappresentante del personale, ho dovuto raccoglierne le opinioni basandomi solo su voci di corridoio.

Il tutto mi ricorda una barzelletta di Moni Ovadia.
Nella vecchia URSS ci sono le elezioni. Un elettore arriva al seggio e gli viene consegnata una scheda con sopra solo un grosso quadratone da barrare. "E i nomi dei candidati?" "Ma compagno, non sai che il voto è segreto?"

sabato 26 novembre 2011

Sardegna e telescopi

Sono di ritorno da qualche giorno passato a Cagliari. Ho scansato per poco qualche alluvione, e beccato pure un giorno di sole. E scattato qualche foto ai fenicotteri che in teoria dovrebbero essere migrati tutti in centrafrica, ma evidentemente anche tra loro c'è chi creduto agli scienziati che si inventano il riscaldamento globale.


Ero lì per dare una mano a costruire la strumentazione per il nuovo radiotelescopio, che dovrebbe essere consegnato dalla ditta costruttrice proprio in questi giorni. E naturalmente non mi sono lasciato scappare l'occasione per visitare il sito (qui su googlemaps).

Dopo un'oretta scarsa di viaggio la strada fa una curva, e spunta questo:


Sullo sfondo un parco di generatori eolici che meriterebbe un post a parte, ma che purtroppo a noi astronomi dà abbastanza noia: effetto corona, megawatt di elettronica switching, insomma non esattamente un ambiente "silenzioso" per le onde radio. Ma ci si adatta.


È difficile percepire le dimensioni reali dell'oggetto, anche dal vero. Un'idea la può dare la scaletta sula destra, ogni rampa è alta 4 metri, un bel piano di una casa, e ce ne vogliono 7 per arrivare all'asse su cui ruota la grande parabola, di 64 metri di diametro. La cabina al centro della base, che ospita le cabine elettriche dei motori (qui sotto un particolare del PLC che li controlla, speriamo non passi Stuxnet), è più grande dell'appartamento in cui vivo.


Visto che c'è qualche minuto prima che comincino i test mi lasciano salire fino all'asse di elevazione. Da lì il panorama è bello, nonostante il cantiere.


E infine una foto ricordo


Circa 2 anni fa un articolo di Repubblica parlava di questo telescopio in una serie di servizi sui grandi sprechi italiani. Perché il rischio, molto concreto, è che non si riuscirà ad utilizzarlo, la ricerca in Italia fa fatica a far quadrare i bilanci e una volta pagati gli stipendi dei ricercatori non resta granché per far funzionare i telescopi. Ma non perché gli stipendi siano eccessivi o perché si sia assunta troppa gente, come suggeriva quell'articolo, anzi, non si riesce a rimpiazzare chi va in pensione o rinnovare i contratti ai tanti precari. L'assegnista che lavorava allo strumento di cui parlavo nel post di 2 anni fa ha interrotto l'ottimo lavoro che stava facendo, non rientrava nelle spese e soprattutto far la pendolare dalla Sicilia ad Arcetri non le permetteva di seguire la figlia. La ricercatrice che lavora ora con me su strumenti come questo mi ha annunciato che getta la spugna, finito il suo contratto torna al paese. Magari resterà disoccupata, ma almeno non avrà le spese di vivere fuori casa.

domenica 6 novembre 2011

Voglio una vita spericolata..

...una vita come Steve Mc Queen. Non credo che Steve Mc Queen abbia mai voluto una vita spericolata, e probabilmente neppure Vasco Rossi. Di solito la vita spericolata ci entusiasma se la vediamo al cine o in un libro, le avventure sono le disgrazie (possibilmente andate a finir bene) capitate agli altri.

Ma c'è qualcosa nel genere umano che sembra spingerci ad una vita spericolata. Probabilmente è solo un "tasso di sconto" molto elevato, valutiamo le cose future in modo molto deprezzato rispetto alle cose presenti, per cui ad es. compriamo a rate anche quando non è necessario; cosa sono 20 euro al mese per 5 anni, in confronto a pagare oggi 800 euro? Alla fine ne pagheremo 1200, ma domani. Per lo stesso motivo fumiamo, in fondo cosa mi importa se tra trent'anni ad un signore di mezza età verrà un enfisema o un tumore, non riesco a mettermi nei suoi panni. Anche se tra trent'anni io sarò lui.

In questi giorni queste considerazioni mi sono tornate in mente vedendo le immagini di Genova. Non ho conoscenze di idrogeologia, ma un amico mi faceva notare come i disastri maggiori che abbiamo visto sono avvenuti seguendo molto bene il corso del vecchio alveo del Fereggiano, un affluente del Bisagno, il fiume di Genova. Oggi quell'alveo è completamente edificato, ed è bastata una pioggia eccezionale per trasformare uno spettacolo pauroso, ma visto da dietro le finestre di casa, in qualcosa che è capitato dentro casa tua. Certo, poi ci sono i fondi per il dissesto idrogeologico mai stanziati, le mille pastette all'italiana, l'accorgersi dei disastri solo dopo che sono avvenuti, la gente che esce in macchina nonostante gli allarmi..... Ma l'idea che se costruisci sul letto di un torrente, su una frana, prima o poi un "evento eccezionale" capiterà è dura da far entrare in testa.

Non stupisce. Un altro amico geologo mi raccontava che nei piani di evacuazione della zona del Vesuvio c'è una frase che specifica le precauzioni da adottare "per non tagliare le vie di fuga ad eventuali superstiti". Sulle pendici di quella montagna, in zona non edificabile per motivi di sicurezza, abitano (in case condonate e quindi a tutti gli effetti "sicure") un milione di persone. Che, con molto realismo, in caso di eruzione sono valutati come un milione di morti, una colata igninbritica dura pochi minuti.

Ma non è un vizio solo italiano. A Durban in questi giorni si sta svolgendo la 17 conferenza sul clima. Non riesco molto a capire come stia andando, c'è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto, ma è difficile verranno prese misure draconiane. Nel frattempo lo studio BEST (condotto da ricercatori indipendenti dall' IPCC, che sono andati a riprendersi tutti i dati di temperatura originali) hanno non solo confermato l'aumento di temperatura dell'ultimo mezzo secolo, ma trovato che per il riscaldamento nell'ultimo decennio le stime precedenti erano troppo ottimistiche, ci stiamo riscaldando un po' di più. Nel frattempo quest'anno le emissioni sono aumentate del 6%, recuperando l'arresto che sembrava seguire alla crisi l'anno scorso. Il riscaldamento globale non è qualcosa che mi toccherà direttamente, probabilmente se lo sfangheranno i miei figli, ma l'aumento della frequenza di eventi estremi come quello di Genova è esattamente quello che si prevede per il futuro (e per il presente). In Italia la piovosità totale è rimasta la stessa, ma concentrata in meno giorni, e la tendenza, piuttosto chiara, va avanti da un paio di decenni.


In teoria (in pratica questo è impossibile, almeno in Italia) uno potrebbe formulare una legge per cui se costruisci in un sito a rischio (e in cui per questo motivo è vietato costruire), se anche riesci a farti condonare l'abuso, e sei tra i fortunati sopravvissuti, non avrai mai un euro di risarcimento. Per il Global Warming questo non è necessario, purtroppo la Natura non fa sconti a nessuno.