domenica 5 dicembre 2010

Made in Italy


La legge 185/90 disciplina le transazioni commerciali di armi. Tradotto in italiano, dice a che condizioni una ditta può vendere armi all'estero. Tra gli obblighi vi è quello di specificare la banca su cui ci si appoggia per i pagamenti, e gli importi. Questo consente, ogni anno, di stilare un elenco delle cosiddette banche armate, le banche che sono coinvolte, per cifre più o meno grandi e per varie tipologie di armi, in questi commerci.

Possiamo ad esempio sapere che vendiamo aerei in Nigeria, e un sacco di materiale in Turchia, paese noto per interessanti "triangolazioni".

O Banca Etica ha potuto scoprire che alcune banche con cui collaborava erano coinvolte in queste operazioni, e ha quindi spinto perché ne uscissero.

Questo non fa piacere né alle ditte coinvolte né alle banche, per cui ci sono fortissime pressioni per non applicarla, almeno in parte. E così da 3 anni dal rapporto annuale che il Ministero degli Interni è sparita la tabella delle singole operazioni, prevista dalla legge, per cui sappiamo solo gli ammontari complessivi ma non i chi e i cosa. E l'attuale governo sta preparandosi a modificare in modo radicale la legge.

Di fatto l'industria bellica è un punto di forza del nostro export, e in questo periodi di crisi "tira" parecchio: nel 2009 sono state concesse autorizzazioni alla vendita di armi per 4.9 miliardi, il 60% in più dell'anno prima. Intere città vivono di questo. Peccato che queste armi siano destinate (anche) alle polizie degli stati più dittatoriali, o ad alimentare conflitti in diverse parti del mondo.

È difficile immaginarsi 4.9 miliardi. Sono 75 euro a testa che entrano in Italia. 300 euro per una famiglia di 4 persone. Se ci chiedessero di sborsare tutti 75 euro a testa per non esportare armi, lo faremmo?

Il tutto mi è tornato in mente leggendo questo post dell'amicoClaudio Casonato, e quando ho ricevuto una lettera di un ex allievo di un istituto aeronautico, che vi allego.

All’attenzione del Dirigente Scolastico e del corpo docenti del “Fauser”, Novara

Io sono stato uno studente, tra i migliori, che ha frequentato il “Fauser” tra il 1985 e il 1988. Ho fatto tanti sacrifici per raggiungere il diploma… i viaggi ogni giorno in treno da Vanzaghello alle 6.51, lo studio intenso ed ampio… e tanti sacrifici li hanno fatti i miei genitori, provenendo da una famiglia semplice e povera.

Il “Fauser”, ai miei tempi, era l’ITIS di Costruzioni Aeronautiche più importante (e più duro) del Nord Italia. Io l’avevo scelto per la passione del volo che avevo ed ho… tanto che quando ho partecipato alla “top gun” per studenti provenienti da tutta Italia (nel 1987) all’aeroporto militare di Cervia sono arrivato 16° su una lunga fila di partecipanti (in “teoria” li battevo tutti; un po’ meno a guidare l’aereo… per cui non sono arrivato in finale per questo motivo).

Sinceramente ora però vi devo confidare che provo vergogna nell’essere un “fauseriano”; il vostro Istituto ha preso delle scelte che sono profondamente contrarie alla vita e allo slancio per il volo.

Iniziamo da un fattore ‘estetico’. L’Aermacchi MB 326 che avete issato all’ingresso dell’istituto come una bandiera. Ma lo sapete quante morti ha sulla coscienza quell’aereo?

In Italia è stato venduto come addestratore militare per i piloti che poi avrebbero volato anche sui Tornado e AMX. Ma all’estero? Ve lo siete mai chiesto? Vi aiuto io. È stato venduto a: Sudafrica (violando l’embargo internazionale a causa dell’Apartheid), Congo, Ghana, Zambia, Nigeria, Tunisia, Dubai, Argentina, Perù, Brasile, Australia e Malesia. E lo tenete ad immagine del vostro istituto?

Recentemente, poi, ho saputo del corso post-diploma che dovrebbero seguire alcuni studenti per la preparazione a diventare tecnici per la costruzione del cacciabombardiere F35 a Cameri (NO). E qui, lo ammetto, le mie residue capacità di pazienza e di rispetto per la scuola che ho fatto sono venute meno ed è subentrata una grande indignazione. Ma vi rendete conto di quanto ciò significhi? L’F35 non è un addestratore militare (pur ripudiando anche quella scelta) ma è un cacciabombardiere da attacco al suolo, nato non per giacere in un hangar, ma per distruggere villaggi, famiglie… come le nostre… come le vostre. E gli studenti che faranno questa scelta? Non so quanto saranno liberi in coscienza di farla o saranno condizionati dalla scuola, dalla famiglia, dai mass-media, dai politici locali… In entrambi i casi non posso che disapprovarla radicalmente ed, essendo la lettera indirizzata a voi insegnanti, vi chiedo e vi imploro di non indottrinare militarmente gli studenti. Fate obiezione di coscienza: io mi rifiuto di insegnare quella parte di materia; io mi rifiuto di portare i miei studenti in visita a Cameri, in Aermacchi, in AgustaWestland, come esempi da seguire professionalmente per la loro vita.

A costruire armi, usiamola finalmente questa parola e svestiamo i surrogati (“intercettore”, ecc.) che sono usati per coprire gli aerei o gli elicotteri che andranno ad assemblare viene meno anche l’umanità di chi le costruisce. È un investimento di energie, intelligenze, tempo, passione che va contro la costruzione e il rispetto per la vita, tutto a sottrazione di tempo, energie, denari, ecc. che dovrebbero andare a finire nella direzione della difesa della vita. Oppure non è più questo che una scuola deve trasmettere agli studenti, al di la delle materie didattiche? Far loro fare un cammino di coscienza per arrivare a scegliere quale sarà il loro futuro professionale migliore per loro e per coloro che vivono intorno a loro, siano essi vicini o fisicamente lontani?

Vi chiedo di fermarvi a riflettere su questa lettera e sui contenuti che fate passare agli studenti. Grazie!

Samarate (VA), 16/11/2010

Stefano Ferrario

13 commenti:

Claudio Casonato ha detto...

Grazie per la citazione, ma i miei post sono ben lungi dall'essere completi, precisi ed interessanti come i tuoi.
Io al limite stuzzico l'argomento, tu lo affronti con rigore e profondita'.
A presto.

PS: ho messo una pezza ad una dimenticanza imperdonabile. Ti ho aggiunto nel bio blogroll.

Anonimo ha detto...

l M346 di morti sulla coscienza neanche uno é un aereo da addestramento

Gianni Comoretto ha detto...

@anonimo. Del 326 è stata realizzata una versione per attacco al suolo (326-K), che ha avuto un discreto successo di vendite nei paesi centrafricani come "aereo antiguerriglia".

Costava molto meno di un "vero" aereo da combattimento al suolo, aveva il vantaggio di poter addestrare i piloti sull'aereo che poi usavano, e funzionava bene per colpire piccoli bersagli a terra.

Anonimo ha detto...

Tutti gli addestratori leggeri al suolo fanno più o meno quella fine in staterelli centrafricani bellicosi. Del resto chi fabbrica il pickup non può non sapere che spesso finiscono per essere equipaggiati con mitragliatrici. Così come motoscafi sportivi fabbricati nel placido Lario finiscono per diventare lance per l'esercito iraniano. La questione è complessa e complicata.

mauro ha detto...

..e quanti cubetti di porfido hanno colpito uomini e donne,e quante mazze da baseball hanno frantumato ossa.con un cellulare chiami la tua mamma e fai detonare una bomba a distanza.con lo zucchero dolcifichi il caffè e ci costruisci una bomba artigianale.con una corda ci stendi i panni e ci impicchi un uomo...tutto quello che possiamo usare lo possiamo usare per fare del male.qualche giorno fa ho rivisto in tv un vecchio film di alberto sordi,"finchè c'è guerra c'è speranza."stai male come se ti avessero picchiato,e da allora è cambiata solo la valuta dei pagamenti..

Gianni Comoretto ha detto...

@anonimo: e allora tu non vendi M326K al Congo. In teoria la legge esiste, e si può applicare. Ma l'idea è che questi lacciuoli strozzano il commercio e quindi via, un'autocertificazione di uso finale e siamo a posto.

La faccenda è parecchio più complicata, perché quei 75 euro l'anno non sono distribuiti egualmente. Lo fossero, sarebbe più facile, se invece devi dire ad un'intera città che ci campa di "riconvertirsi" è più complicato. E io ci faccio la figura dell'anima candida, che fa bei discorsi ma non ci rimette niente.

È complicato perché saper far armi è "strategico", ma se non le vendi non puoi pagarti le strutture per saperle fare, o perdi il know-how. Ma se le vendi, devi venderle a chi le compera, quindi a chi le usa. Senza andare troppo per il sottile, sennò non le vendi.

È complicato perché se non le vendi tu le vende un altro, e questo è un ottimo alibi. Come "Io vendo droga a quei disgraziati, ma tanto se non glie la vendo io loro mica smettono, vanno solo da un altro spacciatore".

[captcha: "scare": questi argomenti fan davvero paura]

Anonimo ha detto...

Qualcuno mi può spiegare cos'è il "top gun" a cui ha partecipato lo studente che ha scritto la lettera?
Grazie!

Anonimo ha detto...

Gianni tu hai ragione. Ragione da vendere. Tuttavia i meccanismi con cui costoro si possono procurare dei velivoli sono oltremodo tortuosi e complessi. Ad esempio tramite presunte pattuglie acrobatiche. O tramite triangolazioni di soggetti terzi. Pragmaticamente credo che sia una battaglia persa. Umanamente ho infinita stima di chi come te sa ancora dire no.

Orsovolante ha detto...

certo l'argomento è complesso.

Vi è una categoria di velivoli, che può praticamente venire usata per qualunque cosa.

Qualcuno ha fatto l'esempio dei pick up...

Pensiamo ad un elicottero.
Lo puoi usare per fare elisoccorso, per portare viveri a chi è isolato, per costruire infrastrutture in luoghi impervi... lo stesso elicottero, senza modifiche di rilievo, lo puoi usare per mitragliare delle persone o per sparare razzi....
Non costruiamo più elicotteri?


La verità è anche più dura. Se non si vendessero elicotteri per uso bellicco, nessuno si preoccuperebbe di costruire elicotteri per la protezione civile o per le applicazioni civili... e come pensare che la Beretta possa sopravvivere costruendo solo fucili per sparare anestetico alle belve. I numeri per coprire un investimento industriale non ci sarebbero.

Pilotare gli investimenti su industrie etiche....
Ma investi o meno su un costruttore di auto che fabbrica l'auto ibrida più venduta al mondo, ma vende anche pick up alle milizie di mezzo mondo che si sparano addosso un con l'altra da quelli?

Quello che ritengo davvero grave non è che gli studenti di una scuola finiscano (quasi inevitabilmente direi)a costruire aerei da guerra. E' grave che non si applichi la legge e che non si forniscano informazioni... che si cerchi di fornirne ancora meno in futuro.

Orsovolante ha detto...

Tutto questo per dire che il problema va ancora oltre i 75 euro ad italiano... Che ci piaccia o meno ( e preciso che a me non piace assolutamente) anche l'industria civile ha un immensa ricaduta dal militare.
Non si tratta semplicemente di fare a meno degli "incassi" ma anche di rinunciare agli "sconti".

Il problema è che è difficile rendere evidenti i vantaggi del non vendere armi... vantaggi economici intendo. Anche perché generalmente i paesi che smettono di fare guerre e crescono economicamente, diventano anche competitori economici, cosi la percezione è quella che non solo non gli vendiamo più le armi, ma questi ci fanno anche concorrenza a basso prezzo.

Davvero trovare una soluzione mi appare quasi impossibile, anche se alla fin fine ci voglio credere.

Gianni Comoretto ha detto...

@anonimo su "top gun": cedo la parola a Stefano Ferrerio, che ha difficoltà tecniche a commentare qui:

Consiste in una gara ad eliminazione con prove teoriche e pratiche (volare e 'guidare' un aereo, nel nostro caso un monomotore a pistoni ad elica Siai Marchetti SM205), tra tutti gli studenti (tantissimi) arrivati alla base militare di Cervia, vicino a Cesena, provenienti da diversi istituti (licei, ITIS, ecc.) e da ogni parte di Italia. Ogni giorno c'erano prove teoriche e di volo. Si sommano i punteggi. Chi ne ha di più va avanti, chi ne ha di meno si ferma lì (ma non torna a casa... aspetta la conclusione della gara). Come detto io sono arrivato sedicesimo.

Anonimo ha detto...

Grazie della risposta!

Iilaiel ha detto...

Scusate la brutalità... quello del commercio di armi è una mercato di merda. C'è veramente tanta, tanta ipocrisia.
A me fù chiesto un trasporto di un camion (24 tonnellate) di cartucce da "caccia" scariche (solo con l'innesco) verso l'Uzbekista.... guarda caso proprio all'inizio della guerra civile in Kyrgizstan (quella dove la peggio parte del popolo Kyrgizo andava a linciare gli immigrati Uzbeki e bruciarne i quartieri). Il produttore può raccontarmi quanto vuole che "ma no sono solo per uso sportivo", ma non ci vuole una laurea per capire che avrebbero fatto morti nei tafferugli di confine.
Fortunatamente noi (la mia ditta) non ci occupiamo e non ci vogliamo occupare di trasporti relativi ad armi, esplosivi, "radioattivo e rischio biologico. Se prendessimo i mezzi e le certificazioni avremmo su questi trasporti dei guadagni spaventosi, ma tutti noi vogliamo poterci guardare allo specchio senza vomitare.