martedì 12 aprile 2016

Referendum, trivelle e global warming

Domenica andrò a votare per il referendum, per il semplice e banale fatto che votare è un diritto conquistato con il sangue dai nostri genitori, o nonni, e non voglio in nessun caso che questo diritto venga svuotato per calcoli di convenienza di una o l'altra parte. Quindi uno può votare in un modo o nell'altro, o astenersi annullando la scheda, ma andare a votare è un dovere, perché resti un diritto.

Anche se ho una mia idea, che cercherò di esporre qui, non intendo certo togliere il saluto a chi la pensa diversamente. Soprattutto se lo ha fatto con un ragionamento, che posso anche non condividere, ma che comunque rispetto. Non ho tanto rispetto invece per chi mi accusa di incoerenza perché non vivo nelle caverne, o non rinuncio completamente agli idrocarburi: il referendum non è su questo.

I fatti

Comincio con qualche dato. Il referendum parla di concessioni di sfruttamento di giacimenti che siano a meno di 12 miglia dalla costa, impedendone il rinnovo al termine della concessione attualmente in vigore. Le concessioni di cui si parla sono 17. Altre 9 concessioni, appena rinnovate, continueranno l'attività per 30 anni circa in ogni caso.

Le 17 di cui sopra scadranno progressivamente quasi tutte nei prossimi 3-4 anni, e nel 2015 han prodotto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, circa il 17,6% della produzione nazionale (il 2,1% dei consumi 2014). Tra queste, 4 concessioni hanno permesso anche una produzione di petrolio pari a 500.000 tonnellate, circa il 9,1% della produzione nazionale (0,8% dei consumi 2014). Queste concessioni, nel caso vincano i SÌ al referendum, non potranno essere rinnovate, e potranno essere prorogate solo in casi eccezionali.

In generale le concessioni sfruttano perforazioni esistenti, ma non impediscono di fare nuove prospezioni, o di installare nuove piattaforme all'interno di una concessione esistente. Questo è esplicitamente previsto almeno per due concessioni. Nella cartina qui sopra si vede la modifica delle regioni dove esistono concessioni.
Produzione delle concessioni oggetto del referendum. L'anno di scadenza è indicato in didascalia. Fonte: DGRME-MISE elaborata da ASPO

La produzione di queste concessioni è in calo da anni. Il picco di produzione di gas, oltre 5 milioni di mc, è avvenuto per questi giacimenti nel 1998, e almeno dal 2005 la produzione sta calando, dimezzando ogni 5 anni circa. Quindi, referendum o no, in una decina d'anni la produzione sarà grossomodo 1/4 dell'attuale. Ed è abbastanza facile prevedere che una quota delle concessioni non verrà comunque rinnovata, per le rese troppo basse.
Produzione totale offshore degli ultimi 50 anni, e fit con una curva logistica. Abbiamo già estratto il 90% del gas offshore che potevamo estrarre. 
Le concessioni pagano royalties molto basse all'Italia, con una quota elevata di franchigia in cui non viene pagato nulla. Nel 2015 questa quota esente riguardava il 51% del gas e petrolio estratti, e con il calo delle rese questa quota è destinata ad aumentare. Il costo del referendum da solo corrisponde ad alcuni anni di royalties.

Nei prossimi anni dovrebbero succedere anche altre cose. Secondo gli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici, ci siamo impegnati a ridurre le emissioni di CO2 del 40% nei prossimi 15 anni, ed entro il 2050 dovremo ridurle ad una frazione dell'attuale. I tagli ai consumi riguardano tutti i combustibili fossili. Il metano produce meno CO2 di petrolio e carbone, e quindi viene spacciato come meno dannoso, ma ha un impatto maggiore dovuto alle perdite nell'estrazione e distribuzione, essendo molto più efficace come gas serra. Alla fine non è meglio del resto. In ogni caso in prospettiva dovremo ridurne i consumi in modo abbastanza celere, se vogliamo rispettare gli impegni presi a Parigi, come si può vedere ad esempio da questo grafico (fonte: proiezione dei consumi energetici italiani, ENEA 2013).

Per riuscire a limitare il riscaldamento globale, quindi, non ci sono alternative a lasciare una grossa quota dei combustibili fossili sottoterra. Per rimanere nei limiti di 2 gradi di aumento della temperatura globale dovremo rinunciare all'80% del carbone, a circa un terzo del petrolio e a metà del metano attualmente sfruttabili. Quindi qualcuno dovrà necessariamente chiudere degli impianti di estrazione nonostante ci siano ancora riserve sfruttabili. È inevitabile, se non vogliamo finire arrosto.

Queste argomentazioni sono esposte da chi si occupa di riscaldamento globale (blog climalteranti) e di esaurimento delle risorse petrolifere (ASPO Italia), ma non si ritrovano granché tra i promotori del SÌ, che puntano invece sull'inquinamento, rischio di incidenti, danni al turismo. Di fatto questi rischi sono molto bassi. Proprio perché i giacimenti sono sfruttati, hanno una pressione bassa e non c'è un reale rischio di fuoriuscite. Le piattaforme non danneggiano l'ecosistema marino, almeno per come sono gestite, e rischi di inquinamento ben maggiori sono rappresentati dal trasporto di gas e petrolio. A fine vita le piattaforme possono servire come base per impianti eolici offshore.

I problemi occupazionali sono molto più complessi da valutare. Il comparto dà lavoro a 11 mila persone, ma nelle concessioni interessate ci lavora solo una parte. In ogni caso il declino dei giacimenti porterà a perdite di posti di lavoro, per cui stabilire quanti ne farebbe perdere il referendum è oggetto di troppe ipotesi ed interpretazioni per essere messo nei "fatti". Almeno da me.

E le opinioni

Fin qui i dati su cui discutere. Sul cosa fare iniziano le opinioni, e le speculazioni, e ovviamente il terreno è molto più scivoloso. Ho amici, anche nelle associazioni citate sopra, che voteranno "no", perché ritengono comunque questa una risorsa strategica, anche se marginale. O perché prevedono effetti negativi di vario tipo.

Cosa succederebbe con una vittoria dei "si", o dei "no"? Molto difficile dirlo. L'ENI probabilmente ha abbastanza voglia di abbandonare il settore italiano, che rende poco (anche se è comunque in attivo), e questo include le piattaforme oltre le 12 miglia. Il referendum potrebbe dare la scusa per farlo. I posti di lavoro nel settore sono comunque a rischio, come dicevo sopra si tratta di giacimenti in esaurimento, che sicuramente non dureranno ancora decenni. Ma dare la colpa al "si'" renderà più facile farlo. Oppure invece potrebbe spingere a una riconversione del settore.

Una vittoria del NO potrebbe sdoganare l'idea che l'Italia sia ricca di idrocarburi, e rilanciare i fantasiosi miti di una indipendenza energetica italiana. Affossando ancora di più le rinnovabili, che ormai soffrono di un attacco a tutto fronte. E chi se ne frega di Parigi e dei cambiamenti climatici, basta recuperare uno o due "diversamente esperti" che ti spieghino che il global warming è una bufala.

In questo la campagna referendaria per il NO è particolarmente preoccupante, perché si basa tutta sull'idea che senza quel gas non possiamo vivere, che non si può fare a meno di quel 2%, che le rinnovabili siano solo un'illusione, o che chi è contrario a rinunciare a quel 2% deve andare a piedi e chiudere il rubinetto del gas della cucina. Tutto questo non ha senso, perché dobbiamo fare 10 volte tanto, nel periodo in cui questo gas ci verrà a mancare (ed in buona parte mancherà comunque). Certo, il discorso è più complesso, e riguarda l'opportunità o meno di rinunciare a questi specifici giacimenti, ma nei prossimi anni dovremo rinunciare a molto più gas e petrolio, volenti o nolenti, referendum o no, di quanto ci diano queste concessioni. Non si discute.

Una vittoria dei Sì rilancerà invece le rinnovabili? Mi permetto di essere scettico a riguardo. Diciamo che ci spero. Come spero che una vittoria dei No non le affossi ulteriormente (il che mi sembra più probabile). In conclusione se questo referendum non si faceva era meglio, ma ora c'è e ce lo dobbiamo tenere.

Al di là quindi dell'impatto reale, che è molto modesto e comporterà alla fine la rinuncia ad una piccolissima frazione dei nostri consumi di gas e petrolio, il significato del referendum è politico, e dipende in modo fondamentale da come verrà letto. Cosa estremamente difficile da prevedere, quindi, come dicevo all'inizio, rispetto chi fa previsioni differenti dalle mie.

Un ragionamento più sensato è quello di chi sostiene che quel gas, che non estrarremo, lo dovremo importare, quindi scaricando su altri l'inquinamento. Ma il paradosso di Jevons è in agguato. Se non estrai del metano, non lo bruci, è pacifico. Se lo estrai, lo bruci, e quello che non lo importi lasci ad altri la possibilità di bruciarlo. Di fatto nessuno vorrà smettere di estrarre, perché significa rinunciare a dei guadagni. Abbiamo visto che dovremo rinunciare, nei prossimi anni, a ben più  di quanto verrà bloccato dal referendum. Ha senso dire che possiamo rinunciare ad un 20% delle nostre capacità estrattive, probabilmente meno visto il depauperamento dei giacimenti, quando dovremo ridurre i consumi del 75%, e quindi chiedere agli altri di lasciare sottoterra metà delle loro risorse di gas? O non è questo fare gli ecologisti con i soldi (delle estrazioni) degli altri?

Anche qui, stabilire se complessivamente estrarre o meno un milione di metri cubi l'anno stimoli o freni l'estrazione a livello globale credo sia questione da palla di vetro di mago Merlino. E probabilmente siamo sull'irrilevante. Ma i simboli, i segnali, forse contano.

Concludo con una foto del mio mezzo di locomozione. Uno scooter elettrico che fa circa 120 km con l'equivalente di un litro di petrolio. E che ora ricarico usando energie rinnovabili. 


4 commenti:

supervice ha detto...

Salve, le scrivo da Firenze.

Non voglio sembrare troppo critico verso le posizioni del Sì, ma, visto che tutti parlando di ambiente, mi concedo anch'io qualche riga. E neppure sono critico verso di lei, che stimo e che seguo sul suo blog da anni.

Con gli anni sono passato da essere un ultra-sostenitore delle "rinnovabili" a uno scettico senza ritorno.
Credo che lei abiti ad Arcetri o nei paraggi, e per lei è stato possibile installare dei pannelli fotovoltaici grazie agli sgravi finanziati da chi non ha una colonica, un terreno o un capannone industriale.
Da questa evenienza è esclusa la quasi totalità delle persone, e si tratta di soggetti con redditi bassi, che vivono in quartieri pessimi e che spessissimo fanno lavori di merda.

Un altra criticità la vedo nel fatto che l'energia solare ed eolica è sì rinnovabile, ma non lo sono pannelli e pale eoliche.
I pannelli solari si possono produrre solo cuocendo il silicio ad altissime temperature grazie al carbone e agli schiavi cinesi che lavorano nell'estrazione del carbone e delle terre rare e nella produzione delle attrezzature.
Con incremento notevole di gas serra, che però vengono emessi dall'altra parte del pianeta e quindi sembra che non ci riguardano.

Altro esempio: un inverter che si rompe non è riparabile sul posto: perché sia possibile è necessario un sistema economico e finanziario come lo conosciamo oggi, e non vedo come ciò sia possibile senza l'utilizzo di petrolio, metano e carbone.

Riguardo le piattaforme dismesse nel caso di vittoria dei referendari, lei paventa la possibilità di installare pale eoliche, che, nel caso, verranno installate o manutenute grazie all'utilizzo di... elicotteri.

Spero di avere torto, ma ritengo che parlare della possibilità di incremento dell'utilizzo delle rinnovabili sia negativo su più fronti:

1. non sono producibili nel lungo termine, e quindi non hanno "resilience"
2. portano comunque ad aumento delle emissioni nella loro produzione
3. suggeriscono l'idea che si possa continuare con il BAU e che basti modificare qualcosina nel nostro modo di concepire la società perché ciò sia possibile
4. portano all'incremento del prezzo dell'energia elettrica: credo, a memoria, che il prezzo dell'elettricità in Serbia sia un quarto dell'Italia...
5. l'economia di un paese che ha costi energetici alti è condannata alla rovina
6. con le rinnovabili, la produzione di energia viene parcellizzata, con un incremento enorme dei costi di distribuzione
7. la produzione di energia viene privatizzata e allo stesso tempo sostenuta e finanziata dallo Stato, un controsenso logico che solo a proporlo trent'anni fa la gente sarebbe scesa in piazza
8. il continuare a parlare di cambiamento climatico quando credo che il vero problema è dato dagli effetti sociali del peak oil, e questo mi sembra voler mettere la testina sotto la sabbia: sono tutti a preoccuparsi se il mare si alza di venti cm, quando IMFAO il problema è un tantinello più grave: si parla della distruzione di un sistema economico che porterà a guerre civili in tutto il pianeta, per carenze alimentari, di forniture di energia, e quindi di funzionamento del sistema sanitario, del sistema industriale, degli impianti di smaltimento, delle fognature, dell'istruzione, del sistema pensionistico, eccetera, eccetera.

Potrei continuare e mi fermo: non so se avrà voglia di rispondermi, ma, nel mio sembrare "complottista", ritengo invece che di complottismo si nutrono molto anche i sostenitori del "rinnovabile", con l'idea che un altro mondo è possibile, e che sono solo gli stregoni a volercelo negare.

Il problema sono 7,3 miliardi di persone, che vogliono mangiare, moltiplicarsi e arrivare a standard di consumo simili a quelli dell'Occidente.

Questi miliardi di persone sulle rinnovabili ci scatarrano su.

Con rinnovata stima, la saluto e le auguro buona giornata.

Gianni Comoretto ha detto...

Solleva problemi piuttosto gravi. Purtroppo l'alternativa è quella indicata 50 anni fa da "i limiti dello sviluppo": un rientro della popolazione per un'impennata della mortalità, un crollo di qualsiasi cosa assomigli ad un servizio, e alla fine il ritorno al vecchio sistema di "contadini comandati da assassini" che ha caratterizzato la nostra storia negli ultimi 5000 anni. Quello che indica alla fine. Preferirei fare il possibile per evitarlo.

Vivo in un condominio. Per ora il pannello (assolutamente senza incentivi) che ho sul terrazzo, alimenta questo computer e poco più. I "miei" pannelli sono in Piemonte, in un impianto che ho finanziato con una cooperativa,e che un'altra cooperativa di distribuzione mi porta a casa.
Spero di mettere qualcosa anche sul mio tetto, usando la mia quota parte della superficie e senza chiedere incentivi, troppo complicato. Ma per le potenze che consumo (e questo è un altro aspetto su cui ho lavorato) probabilmente basta.

Io non pavento l'eolico offshore, ci spero. Chiaro che per costruirlo serve energia, e servono combustibili fossili. Chiaro che si continuerà ad usarli, per un pezzo. Ma per quello per cui sono indispensabili. E l'energia per costruire una pala eolica rientra in un anno o due, quella per costruire pannelli fotovoltaici in due-tre. Si può costruire pannelli usando l'energia di altri pannelli, e così inverter, pale eoliche, eccetera. I problemi di dispaccio non derivano dalla natura distribuita delle rinnovabili, anzi quella aiuta, sono dovuti ad altro, ma sono affrontabili. I prezzi dell'energia fossile sono quelli che ci han portato (insieme ad altro) alla crisi economica che stiamo vivendo.

Il punto è che meno petrolio/gas useremo (e uno volta estratto lo usi) e più energie rinnovabili avremo, meglio staremo quando, inevitabilmente, smetteremo di usarlo. Ed inevitabilmente smetteremo, per scelta o per costrizione, per gli effetti combinati di risorse finite e riscaldamento globale. Non staremo bene, è un materasso alla fine de BAU. È quella che un mio amico fiorentino chiama "la strategia del seminatore", usare quel che abbiamo per preparare un futuro differente da quello che prospetta.

E sono d'accordo che si tratta di un elemento di un problema complesso, che non ignoro. Siamo troppi, servirebbe essere molti meno, e servirebbe ridurre la popolazione con metodi differenti da quelli dei 4 cavalieri dell'Apocalisse che entreranno in campo tra qualche decennio. Serve ridurre tante cose, e fare in modo che sia possibile salvarne alcune.

Si tratta della differenza tra stare sul bordo di un dirupo, appesi con le mani che lentamente scivolano, e divincolarsi per star su il più possibile, o cercare un viottolo per scendere a valle, possibilmente tutti interi. Dove si arriva è lo stesso posto, come ci si arriva fa la differenza.

Infine il global warming è probabilmente la minaccia più seria alla nostra civiltà, siamo avviati su una strada che, guardando la geologia, si è conclusa con estinzioni di massa. La nostra delicata società non può sopravviverci, altro che cibo per 7 miliardi di persone.

The Solver Italy ha detto...

Cioè: Se tutto va bene siamo persi ?
Grazie per il bellissimo articolo che condivido pienamente.
Citandola: "Siamo troppi, servirebbe essere molti meno, e servirebbe ridurre la popolazione con metodi differenti da quelli dei 4 cavalieri dell'Apocalisse che entreranno in campo tra qualche decennio."
Senza voler essere complottisti, ma siamo sicuri che non siano già in atto prove che anticiperanno i 4 cavalieri dell'apocalisse a solo qualche anno ?
Io temo di sì.
Con stima.

Gianni Comoretto ha detto...

Direi che se sono in atto prove per ridurre la popolazione mondiale dobbiamo subito licenziare quegli incompetenti. La popolazione mondiale aumenta di un 1,2% ogni anno.