lunedì 13 dicembre 2010

La via più breve

Dicono che la via più breve tra due punti sia una retta. Apparentemente a Firenze no.

La settimana scorsa sono arrivato alla stazione di Firenze (punto A), e dovevo andare nel punto B. L'unico autobus che porta in zona è attualmente il 23, per cui, dopo aver ritrovato la fermata (che più o meno ogni 2 mesi viene spostata), sono salito a bordo. Alcune persone dovevano andare in piazza S. Marco (punto C), per cui han chiesto conferma all'autista che l'autobus fosse quello giusto. Per andarci a piedi si può seguire il tracciato verde, è circa un km, 12 minuti secondo Google Maps.

L'autobus parte e imbocca il tracciato azzurro. Le strade intorno alla stazione sono strette e trafficate, per cui ci mette un quarto d'ora per arrivare a viale Strozzi. Dopo circa 25 minuti è finalmente in piazza S. Marco, con le signore che stanno imprecando. Altri 8 minuti e arrivo in vista della mia destinazione, ma giunto sul Lungarno il bus gira a destra anziché a sinistra. Siccome lo so, scendo e mi faccio a piedi il breve tragitto che rimane. Dopo 38 minuti sono finalmente arrivato, l'autobus si intravede in lontananza, a fare il giro ci mette circa 10 minuti.

Seguendo il tragitto rosso (circa 2,8 km) a piedi ci avrei messo 34 minuti, sempre secondo Google, al mio passo meno di 30. L'autobus ce ne ha messi oltre 40, per un percorso complessivo di 7.4 km.

Non si tratta purtroppo di una situazione eccezionale. I tragitti degli autobus a Firenze sono praticamente tutti di questo tipo, per la necessità di servire l'area più vasta possibile con una sola linea. Le chiusure agli autobus del centro sono affrontate con detour anziché con una riprogettazione della linea (o del servizio), per cui i percorsi si allungano ulteriormente. Ad es. se ci fosse una fermata su viale Strozzi vicino a via Valfonda, uno potrebbe prendere l'autobus lì ed evitare il giro dantesco iniziale, ma non ce n'è. I poveri autisti si barcamenano con utenti incazzati, informazioni che mancano, col traffico.

E alla fine, a Firenze, se hai fretta non conviene prendere l'autobus, molto meglio andare a piedi.

domenica 5 dicembre 2010

Made in Italy


La legge 185/90 disciplina le transazioni commerciali di armi. Tradotto in italiano, dice a che condizioni una ditta può vendere armi all'estero. Tra gli obblighi vi è quello di specificare la banca su cui ci si appoggia per i pagamenti, e gli importi. Questo consente, ogni anno, di stilare un elenco delle cosiddette banche armate, le banche che sono coinvolte, per cifre più o meno grandi e per varie tipologie di armi, in questi commerci.

Possiamo ad esempio sapere che vendiamo aerei in Nigeria, e un sacco di materiale in Turchia, paese noto per interessanti "triangolazioni".

O Banca Etica ha potuto scoprire che alcune banche con cui collaborava erano coinvolte in queste operazioni, e ha quindi spinto perché ne uscissero.

Questo non fa piacere né alle ditte coinvolte né alle banche, per cui ci sono fortissime pressioni per non applicarla, almeno in parte. E così da 3 anni dal rapporto annuale che il Ministero degli Interni è sparita la tabella delle singole operazioni, prevista dalla legge, per cui sappiamo solo gli ammontari complessivi ma non i chi e i cosa. E l'attuale governo sta preparandosi a modificare in modo radicale la legge.

Di fatto l'industria bellica è un punto di forza del nostro export, e in questo periodi di crisi "tira" parecchio: nel 2009 sono state concesse autorizzazioni alla vendita di armi per 4.9 miliardi, il 60% in più dell'anno prima. Intere città vivono di questo. Peccato che queste armi siano destinate (anche) alle polizie degli stati più dittatoriali, o ad alimentare conflitti in diverse parti del mondo.

È difficile immaginarsi 4.9 miliardi. Sono 75 euro a testa che entrano in Italia. 300 euro per una famiglia di 4 persone. Se ci chiedessero di sborsare tutti 75 euro a testa per non esportare armi, lo faremmo?

Il tutto mi è tornato in mente leggendo questo post dell'amicoClaudio Casonato, e quando ho ricevuto una lettera di un ex allievo di un istituto aeronautico, che vi allego.

All’attenzione del Dirigente Scolastico e del corpo docenti del “Fauser”, Novara

Io sono stato uno studente, tra i migliori, che ha frequentato il “Fauser” tra il 1985 e il 1988. Ho fatto tanti sacrifici per raggiungere il diploma… i viaggi ogni giorno in treno da Vanzaghello alle 6.51, lo studio intenso ed ampio… e tanti sacrifici li hanno fatti i miei genitori, provenendo da una famiglia semplice e povera.

Il “Fauser”, ai miei tempi, era l’ITIS di Costruzioni Aeronautiche più importante (e più duro) del Nord Italia. Io l’avevo scelto per la passione del volo che avevo ed ho… tanto che quando ho partecipato alla “top gun” per studenti provenienti da tutta Italia (nel 1987) all’aeroporto militare di Cervia sono arrivato 16° su una lunga fila di partecipanti (in “teoria” li battevo tutti; un po’ meno a guidare l’aereo… per cui non sono arrivato in finale per questo motivo).

Sinceramente ora però vi devo confidare che provo vergogna nell’essere un “fauseriano”; il vostro Istituto ha preso delle scelte che sono profondamente contrarie alla vita e allo slancio per il volo.

Iniziamo da un fattore ‘estetico’. L’Aermacchi MB 326 che avete issato all’ingresso dell’istituto come una bandiera. Ma lo sapete quante morti ha sulla coscienza quell’aereo?

In Italia è stato venduto come addestratore militare per i piloti che poi avrebbero volato anche sui Tornado e AMX. Ma all’estero? Ve lo siete mai chiesto? Vi aiuto io. È stato venduto a: Sudafrica (violando l’embargo internazionale a causa dell’Apartheid), Congo, Ghana, Zambia, Nigeria, Tunisia, Dubai, Argentina, Perù, Brasile, Australia e Malesia. E lo tenete ad immagine del vostro istituto?

Recentemente, poi, ho saputo del corso post-diploma che dovrebbero seguire alcuni studenti per la preparazione a diventare tecnici per la costruzione del cacciabombardiere F35 a Cameri (NO). E qui, lo ammetto, le mie residue capacità di pazienza e di rispetto per la scuola che ho fatto sono venute meno ed è subentrata una grande indignazione. Ma vi rendete conto di quanto ciò significhi? L’F35 non è un addestratore militare (pur ripudiando anche quella scelta) ma è un cacciabombardiere da attacco al suolo, nato non per giacere in un hangar, ma per distruggere villaggi, famiglie… come le nostre… come le vostre. E gli studenti che faranno questa scelta? Non so quanto saranno liberi in coscienza di farla o saranno condizionati dalla scuola, dalla famiglia, dai mass-media, dai politici locali… In entrambi i casi non posso che disapprovarla radicalmente ed, essendo la lettera indirizzata a voi insegnanti, vi chiedo e vi imploro di non indottrinare militarmente gli studenti. Fate obiezione di coscienza: io mi rifiuto di insegnare quella parte di materia; io mi rifiuto di portare i miei studenti in visita a Cameri, in Aermacchi, in AgustaWestland, come esempi da seguire professionalmente per la loro vita.

A costruire armi, usiamola finalmente questa parola e svestiamo i surrogati (“intercettore”, ecc.) che sono usati per coprire gli aerei o gli elicotteri che andranno ad assemblare viene meno anche l’umanità di chi le costruisce. È un investimento di energie, intelligenze, tempo, passione che va contro la costruzione e il rispetto per la vita, tutto a sottrazione di tempo, energie, denari, ecc. che dovrebbero andare a finire nella direzione della difesa della vita. Oppure non è più questo che una scuola deve trasmettere agli studenti, al di la delle materie didattiche? Far loro fare un cammino di coscienza per arrivare a scegliere quale sarà il loro futuro professionale migliore per loro e per coloro che vivono intorno a loro, siano essi vicini o fisicamente lontani?

Vi chiedo di fermarvi a riflettere su questa lettera e sui contenuti che fate passare agli studenti. Grazie!

Samarate (VA), 16/11/2010

Stefano Ferrario

domenica 28 novembre 2010

Disinformatori d'annata.


Secondo i sostenitori del complotto delle scie chimiche, le scie di condensa durano al massimo un paio di minuti, e difatti prima del 2004 (o del 1990, dipende dalle versioni) non c'erano scie persistenti.

Ma esiste un dipinto di Giorgio Morandi del 1958, intitolato "Cortile di via Fondazza, 1958", opera V.1116, che mostra alcuni tetti visibili dal suo studio di Bologna, in cui sono evidenti due scie bianche nel cielo blu. Così scrive un testimone che vide il quadro nel suo studio (F. Arcangeli: Giorgio Morandi, Milano 1964, p 323):

Ricordo che un giorno, qualche anno fa, in un quadro il cielo si caricò d'un teso cobalto, le case parvero improvvisamente presenti a qualche evento estremo, e in alto era, lunga uguale incombente, la scia d'un reattore.

Il dipinto, di proprietà del Museo Morandi di Bologna, è quello riprodotto in questo post (tratto da una pagina in tedesco). È ora esposto alla mostra "L'essenza del paesaggio" alla fondazione Ferrero di Alba (CN), fino al 16 gennaio 2011.

Ringrazio della segnalazione Sergio Chiappino

giovedì 25 novembre 2010

Che male fanno? (n. 4 o 5?)

Ieri mi han segnato il blog di un "salutista". Uno che scrive libri sull'argomento, e tiene una Scuola Libera e Indipendente sulle Scienze Nutrizionali e Comportamentali. Uno che su queste cose apparentemente ci campa, insomma, e che influenza il comportamento di un numero non trascurabile di persone.

Preciso che non ho nulla contro i salutisti. Mangiare sano, evitare gli eccessi, fare attività fisica sono cose che fan bene, e per quel che riesco lo faccio anch'io. Credo che il corpo umano sia più robusto di quanto pensi il salutista medio, e che i vantaggi di una dieta maniacale, rispetto ad una semplicemente equilibrata e che limiti alcuni alimenti, siano minimi. Ma queste puntualizzazioni fan parte delle normali leggere differenze di opinione che possiamo avere tutti.

Questo qui invece sembra adottare una serie di idee piuttosto "teoriche". Ad esempio in questo post, in cui un lettore gli chiede consigli sulle intolleranze alimentari e sulle allergie, sostiene che queste siano un modo dell'organismo per segnalarci cosa ci fa male. Quindi ad es. se uno è intollerante al latte o alla carne è perché questi sono alimenti intrinsecamente "cattivi", da evitare.

Invece se siete allergici alle fragole non ha senso, perché la frutta è un cibo "buono". Non potete quindi essere veramente allergici, è solo una sorta di illusione. In realtà il vostro organismo è allergico a tute le porcherie chimiche che mangiate, e le fragole sono solo una sorta di goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno.

Si tratta del classico ragionamento al contrario. Si parte da una teoria, che ci piace perché rispecchia nostre convinzioni ideologiche, e si piegano i fatti a questa. È logico che debba essere così, quindi è così. Alla faccia di Galileo e di secoli di metodo scientifico, che ci hanno insegnato che i fatti se ne fregano delle nostre teorie.

E quindi che fare, in pratica? Secondo il nostro occorre una terapia d'urto, fragole a gogò. Non spiega cosa dovete fare se vi viene una crisi anafilattica con asma e blocco della respirazione. Siamo autorizzati ad andare al pronto soccorso (se si fa in tempo) o dobbiamo convincere il nostro organismo che si tratta solo di un'illusione?

Certo, non si tratta di danni confrontabili con le decine di migliaia di morti dovuti ai negatori dell'AIDS, o ai morti legati al seguire terapie farlocche per malattie curabilissime. Ma posso sperare egualmente che qualche sua vittima gli faccia causa per danni. Anche se dubito succederà.

P.S. Leggendomi meglio il sito, scopro che questa persona è pure tra quei criminali (non so definirli altrimenti) che negano l'esistenza dell'AIDS.

sabato 20 novembre 2010

Come fosse Antani

Se hai da vendere un oggetto con prestazioni fantascientifiche, che so un tubo magico che raddoppia il rendimento della tua auto, una coccinella che scherma totalmente gli effetti negativi delle onde del cellulare senza impedirne il funzionamento, un motore che una volta avviato non si ferma più anche se stacco la spina, o un rimedio che fa passare il raffreddore in meno di una settimana, corri sempre lo sgradevole rischio che l'acquirente ti chieda "sì, ma come funziona?"

Per cavarsi d'impaccio esiste la collaudatissima tecnica della supercazzola, immortalata nel film "Amici miei": si sommerge l'interlocutore di brandelli di frasi prese a caso che diano la vaga impressione di qualcosa di complicatissimo, che lui non potrà mai capire, ma che tu invece padroneggi con disinvoltura.

Il linguaggio di "Amici miei" è adatto ad un film, in cui tutti devono capire che si tratta di un imbroglio, ma non può funzionare granché nella vita reale: poco scientifico e chiaramente artificiale. Molto meglio quindi ricorrere alla meccanica quantistica, o a campi elettromagnetici. Buone anche la teoria del caos e la cibernetica.

Il tutto è adattissimo per spiegare come funzioni l'omeopatia, classico esempio di qualcosa che non funziona e di cui nessuno riesce a dire perché mai dovrebbe.

Un bell'esempio si trova in questo articolo, che riprende un articolo scientifico (sic) pubblicato su "Homeopatia". A parte perle come "radioattivo" al posto di un probabile "radiativo" (l'omeopatia sarebbe radioattiva? Preoccupante), l'articolo risulta assolutamente senza senso. Forse colpa del giornalista, per cui sono andato a cercare l'articolo originale, di un certo Martin Molskj. Purtroppo ho trovato solo il riassunto, che effettivamente non è più chiaro.

Da una veloce ricerca su "omeopatia quantistica" troviamo questa perla concentrato di nonsensi. A cominciare dal nome del fisico padre della meccanica quantistica, un certo Borch che probabilmente sarebbe Bohr. Scopriamo quindi che:

La materia è frequenza elettromagnetica condensata, e quindi tutti i corpi emettono frequenze (energia) e possono anche riceverle. Tutte le cellule del corpo umano grazie al loro DNA che funziona come un trasmettitore-ricevitore sono in continua connessione elettrica e modificano sé stesse a seconda dei messaggi.

Se avete un PhD in fisica teorica, masticate diagrammi di Feynman come fossero noccioline e non avete capito nulla da questi due articoli consolatevi, non c'è niente da capire. Se invece non sapete nulla di fisica quantistica, consiglio una lettura di questo articolo.

Il sito di omeopatia quantistica si rifà ad

un’apparecchiatura non invasiva di analisi che utilizza per effettuare una diagnosi clinica una tecnologia avanzatissima che sfrutta come base scientifica (quindi riproducibile) la fisica quantistica e la matematica frattale.

Tale sistema permette al medico di connettersi con il “paziente” a livello quantico, cioè analizzando le alterazioni elettromagnetiche dei singoli “mattoni” (quanti) dell’Unità Mente – Corpo, così da avere un’interfaccia oggettiva, bypassando le sensazioni “fisiche” della persona e le credenze o i preconcetti del medico. Permette, quindi, di compiere una serie di incroci frequenziali che possono portare alla coscienza l’origine profonda del disagio che ha come ricaduta i sintomi fisici.


Sì, perché la medicina allopatica cura solo i sintomi (che so, un'infezione, uno squilibrio ormonale, un tumore), mentre il loro apparecchio cura le cause vere della malattia, cioè gli incroci frequenziali.

Per capirne di più sono andato sul sito del costruttore, (in inglese, purtroppo) e ho scoperto che questo apparecchio

fires low levels of current into the patient and then in a method similar in theory to radar, reads the bounced signals and transfers them to a database. The XXXX database consists of several thousand diagnostic categories from several different medical disciplines and other mystical data, including homeopathy, acupuncture, chiropractic, traditional medical, astrology and prayer wells, all of which can be transmitted by the XXXX therapeutic benefit.

[...] It works by entering data into a screen, which is fed into the XXXX’s weighted random number generator which in turn displays results.

In breve: ti manda dei segnali nel corpo, confronta come il corpo reagisce con un database astrologico, mescola il tutto in modo casuale e manda i risultati sullo schermo del PC. Per curarti ci aggiunge qualche preghiera registrata e manda il tutto indietro attraverso gli elettrodi. Il generatore di numeri casuali è importante, perché la fisica quantistica ha scoperto che la mente può influenzare il caso (se non lo avete mai sentito prima forse è perché sapete che non è vero), e quindi questo consente una migliore diagnosi.

Insomma una supercazzola funziona molto meglio se ha un po' di fili, uno schermo sul PC su cui compaiono numerini interessanti (ma assolutamente e dichiaratamente casuali), e un bel pulsante con su scritto "Inizio della procedura terapeutica", con allegata lucina lampeggiante che ti dice che i segnali terapeutici sono in corso.

Ma questi sono i cialtroni, si dirà. Bene, sul portale "omeopatianet" si può leggere un articolo del maggior teorico italiano dell'omeopatia, Paolo Bellavite, che direi quindi rappresenta bene la posizione ufficiale a riguardo. In breve l'efficacia dell'omeopatia sarebbe giustificata dalle teorie di Preparata e Del Giudice sulla superradianza, che prevedono che l'acqua si auto-organizzi in domini coerenti per effetto appunto della meccanica quantistica. È doveroso però osservare che questi domini nessuno li ha mai visti, e che esistono critiche di fondo sull'applicabilità di queste teorie all'acqua, insomma stiamo giustificando un fenomeno inesistente con una teoria assolutamente indimostrata. Ma, anche se la teoria fosse giusta, nessuno può ragionevolmente affermare che i domini si formino nelle soluzioni omeopatiche, che persistano nel rimedio anziché scomparire dopo qualche millisecondo, e che abbiano proprio quegli specifici effetti terapeutici. Inoltre quando prendiamo un globulo di lattulosio i domini proprio non ci sono.

Ma non ci si limita a una teoria, per quanto discutibile e discussa, come quella di Preparata. Tutto fa brodo, l'entanglment, le frequenze emesse dai rimedi, le discusse esperienze di Benveniste (beccato a barare nelle sue ricerche).

Concludendo, ho decisamente sbagliato mestiere. Dopo essermi sciroppato anni di meccanica quantistica, compreso l'esame finale in cui potevi portarti dietro tutti i libri di testo che volevi, tanto se non sapevi fare l'esercizio non ti avrebbero aiutato, mi sono messo a lavorare in un campo in cui queste cose le devi sapere sul serio. Con le mie competenze potrei costruire un energizzatore quanto-differenziale a domini coerenti, basato sull'equazione di Klein-Gordon, che stimola l' eccitazione bosonica dei livelli energetici fondamentali. In vendita a prezzi modici, venghino signori, venghino.

mercoledì 17 novembre 2010

Ma chi fa queste scie in cielo?

Le scie chimiche sono ormai un tormentone, con decine di interrogazioni parlamentari, mozioni comunali, conferenze, servizi di Voyager o Mistero... E quindi una volta ogni qualche mese finisco per occuparmene.


Visto che ho un bel teleobiettivo, costatomi la favolosa cifra di 26 euro, ho voluto provare a capire chi ha fatto questa particolare scia, fotografata 12 minuti dopo il passaggio dell'aereo.


La foto del colpevole è qui sotto. Si tratta (come si può vedere dal sito flightradar24.com) dell'aereo con transponder AZA1590, che scopro corrispondere al volo Alitalia AZ7590, partito alle 7 da Verona e diretto a Fiumicino. Difatti lo seguo, nella mappa qui a fianco, e vedo che arriva a Fiumicino on una decina di minuti di ritardo. L'aereo è un 737-300, lungo 31 metri, per cui dalla foto riesco a capire che è a 22 km di distanza. Purtroppo con la foschia odierna occorre un po' di fantasia per individuare il logo dell'Alitalia sull'impennaggio di coda (Si tratta in realtà di un arero Air Italy, forse questo ma onestamente non si riconosce neppure il loro logo). Con un minimo di trigonometria so anche che è a 8000-8100 metri di quota, e 20 km di distanza orizzontale, il che torna con il punto della rotta indicato in rosso nella mappa. Dai radiosondaggi odierni, vedo che sopra Roma (la stazione più vicina a Firenze) ci sono -47 gradi e 70% di umidità relativa, condizioni ideali per la formazione di scie persistenti.

La scia difatti è durata un'ora prima di disperdersi tra i cirri presenti in quota (nella foto sotto com'era dopo mezz'ora), e nel frattempo si era spostata di una quarantina di km. Un altro aereo ha lasciato una seconda bella scia parallela (faceva la stessa rotta). La rotta passa abbastanza distante da casa mia, ma le scie ora sono una a destra e una a sinistra: ecco risolto il mistero delle "scie che non rispettano le aerovie", grazie ad un banale vento in quota di circa 50 km/h.

Tutta questa mole di informazioni mi è costata una decina di minuti di lavoro, senza disporre di nessuna costosissima attrezzatura, nessun telemetro, nessun"radar passivo" (il radarnav utilizzato da alcuni ricercatori indipendenti non è un radar). Possibile che prima di gridare al complotto non si possa fare altrettanto?

Seconda puntata:
Cercando di cogliere al varco un aereo più vicino, mi accorgo che:
1) Ne passano tantissimi. Ma è difficilissimo beccarli, ho beccato un aereo dell'Air France per pochi secondi, e l'ho perso quasi subito.
2) La maggior parte non rilascia scie. Se vediamo 10 scie, anche in una giornata come oggi, vuol dire che sono passati 50 aerei. Se non vediamo nessuna scia, sono passati egualmente 50 aerei.

In conclusione:
- gli aerei sono senza insegne perché sono lontani (o visti da sotto) e non le distingui, con un buon obiettivo le insegne le vedi. Non in quello sopra, ma ad es. questo a fianco è della Emirate Airlines fotografato alla distanza di 54 km. È grossomodo sopra il Monte Cimone, in Emilia a nord di Pistoia.
- gli aerei sono civili, di compagnie ben note, che puoi facilmente identificare. Es questo è un B777, n. di serie 32793, nel volo EK93 per Malpensa.
- gli aerei seguono le aerovie. Ma un aereo a 20 km è perfettamente visibile, a 50 ancora abbastanza, quindi le aerovie interessate possono essere parecchio distanti.
- gli aerei spesso sono "invisibili". Li vedi quando rilasciano scie, o quando ti passano proprio sopra. La maggior parte degli aerei non rilascia scie (persistenti).
- le scie si formano alle quote e alle condizioni tipiche da formazione di scie, durano quel che ci si aspetta durino, hanno la conformazione che devono avere.
- le scie sono parallele perché in un'ora si muovono e gli aerei successivi fanno la stessa rotta e le ridisegnano.

venerdì 12 novembre 2010

VIta da astronomi

Post aggiornato il 15/11

Quando mi chiedono che mestiere faccio, la seconda domanda è inevitabilmente: "Bello, ma in pratica cosa fa un astronomo?" Quello che uno si immagina è qualcosa come quanto appare dal post precedente. In realtà quello è l'hobby, che ho rispolverato perché ultimamente riesco sempre meno a "uscire a riveder le stelle", il lavoro è molto diverso.

Andiamo per ordine. Il gruppo di lavoro all'osservatorio di Arcetri di cui sono responsabile, composto da 4 ricercatori e 4 tecnici (una ricercatrice si barcamena con un contratto a termine, e un tecnico continua a venire nonostante sia pensionato), riceve dallo Stato un finanziamento di "funzionamento ordinario" di circa 5000 euro l'anno. Fanno 625 euro a testa, 50 euro al mese, diciamo che molta gente con un hobby spende di più.

Questo significa che fai i salti mortali per far quadrare i bilanci, se uno strumento si rompe lo ripari in casa, usi software in "licenze creative" (sempre nei limiti della legalità ma cercando di stiracchiarla il più possibile), vai in missione in alberghi a una stella, eccetera. E per far scienza vera (qualcosa di meglio di un astrofilo) cerchi soldi dappertutto, bandi, progetti europei, collaborazioni...

Ma a differenza di chi ha un hobby, devi fare i conti con la burocrazia. Ho raccontato dell'ultima trovata dei nostri legislatori, in nome del (lodevole) principio di controllare le transazioni finanziarie "allegre" di certe ditte. Che mi sta dando un bel po' di grattacapi. Ad es. il direttore ha dovuto firmare un decreto d'urgenza, un mese fa, per l'acquisto della carta igienica. Altro esempio, un software che mi è indispensabile per lavorare viene fornito ad 1/10 del costo tramite una convenzione con un'università inglese, che formalmente è la ditta da cui lo acquistiamo. Ho spedito a questa il formulario A38 da compilare per poter fare l'ordine e non mi hanno neppure risposto, loro il lavoro di mediazione lo fan gratis, se devono pure capire la burocrazia italiana tanti saluti, che si vada a comprarlo direttamente dalla ditta di software, a prezzo pieno (diverse migliaia di €).

Comunque se pensavo che la burocrazia italiana fosse il peggio, devo ricredermi. Quella europea è MOLTO peggio. Faccio parte di un programma quadro europeo, in cui devo progettare una parte di uno strumento. Ho avuto assegnata una cifra, con cui pagare un contratto per la ricercatrice di cui sopra, che fa materialmente il lavoro. Il progetto è partito ad inizio del 2009 e in teoria si dovrebbe concludere oggi, ma i primi soldi (un terzo) li ho visti alla fine dell'anno scorso. Nel frattempo dovevo compilare un dettagliatissimo resoconto, in cui dovevo specificare cosa avevo fatto OGNI GIORNO, sia per il progetto che per tutte le mia altre attività. Se viaggiavo per il progetto, dovevo specificare separatamente quanto avevo speso di tasse aeroportuali, che andavano rendicontate in una voce separata rispetto al biglietto.

All'inizio di quest'anno quindi sono riuscito a pagare la ricercatrice. Mi sembrava ovvio che almeno un altro terzo dei soldi dovesse arrivare entro il 2010, invece no, mi hanno comunicato che FORSE arriverà a febbraio una seconda rata di un sesto del totale. Nel frattempo la burocrazia italiana non vuol sfigurare, e mi chiede di sottoporre il rinnovo del contratto, incluso l'impegno (che presuppone ci siano i soldi) alla Corte dei Conti, che ha 60 giorni di tempo per valutarlo.

Non so ancora come andrà a finire, ma tra mail, telefonate, resoconti, discussioni con il direttore e con gli amministrativi non riesco più a fare molto altro.

Aggiornamento (15/11/2010):

Sono arrivate alcune circolari. Una ricorda che in caso di spese "incaute" si risponde personalmente. Cioè se nel casino burocratico oramai inevitabile qualcosa va storto, i soldi per il contratto me li levano dallo stipendio.
La seconda ricorda che i fondi per i progetti europei devono necessariamente arrivare dalla Comunità Europea. Cioè devono essere quelli che non arrivano. Non posso usare residui di vecchi progetti, altrimenti la CE non riconosce il lavoro fatto e non ti paga più.
Infine i soldi che puoi spendere nei progetti internazionali sono solo quelli effettivamente arrivati, e solo dopo che sono effettivamente arrivati. Non puoi anticiparli sapendo che prima o poi arriveranno.

Concludendo: devi fare un lavoro. Per fare quel lavoro ti servono dei soldi, che difatti ti sono stati assegnati, ma non dati. Ti verranno dati solo dopo che hai concluso il lavoro (sentendo colleghi, anche dopo anni). Nel frattempo non puoi usare altri soldi, o farteli prestare. Se sgarri, li tiri fuori di tasca tua.
Ma chi me lo fa fare?