giovedì 28 giugno 2012

Innaffiare a microonde

In rete si trova di tutto sulla pericolosità dei forni a microonde. Sarebbero stati inventati dai nazisti, e farebbero di tutto e di più al cibo. Incluso "denaturare le proteine" (che in italiano si traduce con "cuocere").

Ma questa mi era sfuggita. Circola in rete, soprattutto per e-mail, un "esperimento" in cui una signora ha innaffiato per 10 giorni due piantine, rispettivamente con acqua bollita in un bollitore e in un microonde. Ho ripescato l'originale in rete, e riporto la foto finale dell'esperimento.
 
Insomma, peggio del diserbante.  Il post originale è molto scarno, si limita a descrivere l'esperimento, ma nei testi delle mail si aggiungono particolari, nelle migliori tradizioni delle leggende metropolitane, come studi scientifico, o che l'esperimento sarebbe stato ripetuto con successo dal solito cugino. Il microonde avrebbe alterato "l'energia" dell'acqua, e il cibo cotto con il microonde diverrebbe un potente veleno, che le cellule dell'organismo non san riconoscere e combattere.

La cosa mi ha incuriosito. L'esperimento è semplicissimo, e ci si mette poco a ripeterlo. Ma una ricerca su google per "microwave water plants" ritrova sempre il solito racconto e le stesse foto, e dove sono possibili commenti la gente si scanna tra chi dice "prova anche tu per vedere che è vero" e chi "prova per vedere che è falso", ma non sono molti a provare davvero. Qualcuno però lo ha fatto, con sempre il solito risultato: nessuna differenza tra le due piante.

Qualcuno ha fatto di meglio.  Ho trovato in questo blog una ripetizione dell'esperimento, con tre esemplari per ciascuna di tre piante diverse, innaffiati con acqua normale, bollita a gas, e bollita a microonde. Ancora, nessuna differenza. Un intero blog è stato dedicato a numerosi esperimenti con acqua a microonde, ancora senza nessuna differenza rispetto ad acqua bollita o di rubinetto. Sono arrivato in ritardo, ma toccare con mano è sempre meglio che cercare in rete.

Ovviamente saranno tutti pagati dalla potente lobby dei forni a microonde, per cui ho voluto provare anch'io. Ho preso due piantine di rosmarino (il 16 giugno) e le ho piantate in due vasetti identici, messi sul balcone. Di questa stagione non ho particolare voglia di bollire acqua, per cui il controllo l'ho fatto solo con normale acqua di rubinetto. L'acqua è stata conservata in due bottiglie di PET identiche, tenute sempre accanto.

qui le piante sono riprese al terzo giorno di innaffiatura

quinto giorno

Settimo giorno
Dodicesimo giorno
Direi che non si nota nessuna differenza.

Insomma, direi che la cosa si può tranquillamente classificare come bufala. Credo che l'esperimento originale sia stato fatto, e semplicemente una della due piante non ha attecchito, o forse la plastica della tazza in cui è stata bollita l'acqua ha rilasciato qualcosa, ma le microonde non c'entrano nulla. Se non ci credete, provate anche voi. Cosa che nessuno di quelli che mi ha passato la mail ha pensato di fare.

Concludendo. Questa prova, come i due esperimenti citati sopra, non farà fare una piega ai "credenti". Una singola prova a favore delle tue convinzioni diventa la prova, mille prove contrarie non ti convinceranno, occorre provare più a lungo, con piante differenti, eccetera. Pazienza, io continuo ad usare il microonde, con un po' più di tranquillità.

venerdì 22 giugno 2012

Burocrazia

Le scuole italiane, lo sappiamo tutti, sopravvivono grazie alla buona volontà di genitori ed insegnanti che, spesso "frugandosi le tasche", forniscono libri per le biblioteche, computer un po' vecchi ma ancora funzionanti, registratori e lettori di CD per le lezioni di musica, talvolta pure mobili... Materiale che può essere regalato, ma che spesso è solo imprestato, portato da casa quando serve.

Bene, da oggi non è più possibile. Tutto il materiale utilizzato a scuola deve essere regolarmente inventariato, e corredato di manuali. Quindi niente più prestiti, se proprio vuoi puoi donare il bene alla scuola, con tanto di burocrazia, firme, code in segreteria. Ovviamente il dono è definitivo, alla fine dell'anno scolastico, o del ciclo, quel registratore resterà lì. E non è più neppure della classe, diventa della scuola che ne disporrà come meglio crede.

Il caso di un computer è particolarmente complicato. Spesso si tratta di vecchie macchine, dismesse da un ufficio o da un laboratorio, e ringiovanite usando sistemi operativi open source. Ottime per imparare ad usare un programma di videoscrittura, o un foglio di calcolo, o per guardare le foto della gita scolastica o un documentario in MPG. Esistono poi distribuzioni di Linux, come Edubuntu, pensate proprio per i primi anni di scuola. Un manuale o un "certificato di autenticità" del software proprio non esiste. E quindi o si trova un burocrate comprensivo, o quei computer finiranno in discarica.




martedì 12 giugno 2012

Neutroni contromano

Aggiornamento (13/6):

L'articolo che ho scritto viene richiamato nel bel blog
Ocasapiens, su Repubblica. Ed è stato tradotto in italiano, per chi ha problemi con l'inglese.
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Da una settimana mi sono messo a guardare un po' più a fondo la questione delle presunte reazioni piezonucleari.

Per chi non ne sa nulla, riassumo in breve. Due scienziati italiani, Carpinteri e Cardone, sostengono di aver prodotto reazioni nucleari, in grossa quantità, in un blocco di granito semplicemente mettendolo sotto una pressa. Prova della cosa sarebbe l'emissione di neutroni e alcune misure di composizione chimica, che evidenzierebbero una trasformazione di atomi di ferro in alluminio. Grazie a questo fenomeno, secondo loro, sarebbero anche in grado di trattare e rendere innocue le scorie radioattive, e ad una ditta che usa le loro idee sarebbero difatti state affidate le scorie italiane, da trattare a caro prezzo.


Non sono a livello dei quattro Nobel che han sottoscritto l'appello contro queste ricerche, ma cerco di dare il mio modesto contributo, con un articolo, apparso oggi su Arxiv, in cui faccio qualche calcolo sulle misure fatte dai due scienziati.

La cosa che immediatamente mi ha fatto saltare sulla sedia, è che queste reazioni, se avvenissero veramente, richiederebbero una quantità di energia spaventosa. Si tratta di trasformare il ferro, uno dei nuclei in assoluto più stabili, in alluminio, e per farlo ci vogliono ben 42,35 MeV. Un'energia enorme, 10 milioni di volte quella di una tipica reazione chimica, energia che dobbiamo dare noi a quei nuclei, per romperli. In pratica, per riuscire a trasmutare tutti gli atomi di ferro che, secondo le misure chimiche fatte da Carpinteri e Cardone, si sarebbero trasformati in allumino servirebbero alcune centinaia di Joule, praticamente tutta l'energia fornita dalla pressa, circa 360 J. Ma quell'energia è stata usata per rompere quel blocco, non ne avanzerebbe, e comunque non ci arriva proprio, sui nuclei di quegli atomi. Inoltre secondo gli autori questa reazione produrrebbe energia, anzi, molta più energia di quella fornita dalle normali reazioni nucleari. Insomma, non abbiamo neutrini che violano limiti di velocità, ma neutroni che vanno nella direzione sbagliata, contromano, prendendo energia da una reazione che invece dovrebbe assorbirne.


Se le reazioni piezonucleari esistessero, quel blocco avrebbe prodotto, fratturandosi, qualcosa come cento milioni di milioni di neutroni. Roba da nocciolo della centrale di Chernobyl, ma i nostri impavidi sperimentatori non hanno fatto la fine dei pompieri dell'incendio atomico, godono ancora (e gli auguro per lungo tempo) di buona salute. Gli scalpellini nelle cave di granito soffrono di molte malattie professionali, ma l'avvelenamento da neutroni non è tra queste. E l'esperimento di frattura del blocco di granito è stato di recente presentato, in diretta, davanti ad un folto pubblico, i presenti entusiasti di vedere i neutroni, ma nessuno colto da improvviso malore e conati di vomito. Uno può pensare di essere baciato dalla fortuna (o dalla Divina provvidenza): i neutroni verrebbero emessi in direzioni precise, anche se sconosciute; ma tentare la Provvidenza sperando che queste direzioni non includano la platea è peccato grave. Preferisco pensare che gli sperimentatori sapessero che i rischi non esistevano: i neutrini non vanno più veloci della luce e i neutroni rispettano i sensi unici.

Ma torno alle misure. Uno può avere una teoria strampalata, ma una misura è una misura, ed i nostri han misurato qualche decina di neutroni. Non i milioni di milioni, ma qualche decina sono comunque un fenomeno. Per cominciare ho provato a sentire cosa ne dicevano dei colleghi nuclearisti, e ho scoperto ad esempio che quei rivelatori sono microfonici. Insomma, se lì vicino un blocco di roccia cede di schianto, potrebbero aversene a male, e protestare segnalando dei neutroni che in realtà non esistono.

Ma ho scoperto altre cose molto interessanti, e che ho raccolto nell'articolo tecnico di cui accenno all'inizio. Non solo quei neutroni van contromano, ma arrivano in numeri non interi. Nei primi due blocchi di granito, infatti, si osservano rispettivamente 17 e 16,3 neutroni. Sì proprio 16 virgola tre, né 16 né 17. Anche i neutroni "di fondo" (quelli, dovuti alla radioattività naturale, che vedono nella mezz'oretta in cui il blocco veniva lentamente schiacciato prima di rompersi), che vengono contati ad intervalli di 60 secondi, hanno questa curiosa proprietà, come potete vedere dal grafico qui sotto: in un minuto ne arrivano 1,8 poi 2,7 e non ad esempio 2 o 3.

Il problema viene apparentemente risolto in una seconda serie di misure. Ora i neutroni contati sono sempre un numero intero: 1, 2, massimo 5 (mai zero, molto improbabile), e poi 18 quando il blocco si rompe. Ma c'è un altro elemento curioso: i neutroni sono sempre contati ad intervalli di un minuto, ma di queste misure, in una prova durata 6 minuti, sono riusciti a farne ben 23! No, non hanno accorciato il tempo di misura senza dirlo, altrimenti i neutroni sarebbero di nuovo frazionari. Sono proprio riusciti a fare 23 misure, ciascuna lunga un minuto, in soli 6 minuti. Probabilmente sono riusciti a scoprire il flusso canalizzatore, ma ce lo racconteranno nei prossimi articoli.

 

sabato 19 maggio 2012

Batterie per motorini (dopo 4 anni)

Quattro anni fa ho montato sul mio motorino delle batterie al litio. Ne ho misurato la curva di scarica, e ho rifatto la misura due anni fa. Ora a due anni di distanza ho provato a vedere come andava.
Le celle al litio nel loro contenitore (ora un po' più rugginoso). L'elettronica di controllo che mi ha fatto un po' impazzire è quella montata sul coperchio

Ho usato lo stesso sistema di misura di 2 anni fa: ho registrato la tensione della batteria mentre si scaricava, nell'uso normale di tutti i giorni, e ho allineato la curva risultante in modo da sovrapporla alle precedenti. Be', in 4 anni (e 18 mila km percorsi) devo spostare le curve di un 6,5% della capacità nominale, cioè oggi le batterie tengono un 6,5% in meno rispetto a quando le ho comprate. Continuando così, arriveranno alla "fine vita" teorica dell'80% tra 12 anni. O in altre parole, dopo 70 mila km di percorrenza. Onestamente mi sembra troppo bello per essere vero, ma incrociando le dita dovrebbero durare ancora un bel po'. Secondo il costruttore, dovevano durare un migliaio di cicli completi equivalenti, cioè 60 mila km, mi sa che ci siamo vicino.

Curve di scarica delle batterie, nel 2008, 2010 e 2012, allineate sulla fine scarica a destra. Nel 2010 e 2012 sono spostate a destra rispettivamente del 3% e del 6,5%. In altre parole, oggi riesco a caricare le  batterie il 6,5% in meno di quattro anni fa.

In questi quattro anni ho avuto un po' di problemi, come succede spesso a chi si avventura per strade nuove. Le batterie sono veramente buone, non mi han mai dato problemi, solo questo inverno han cominciato ad accusare il freddo. Anche ora sentono le mattine fredde, i punti più bassi della curva corrispondono alle mattine a 7 gradi, ma sembra sia un effetto reversibile, con il caldo la tensione torna normale. Dopo 4 anni una cella si era leggermente disallineata, era "fuori" di mezzo Ah rispetto alle altre, e un paio erano sbilanciate di un quarto di Ah. Le rimanenti 10 erano perfette. Questo disallineamento causava qualche problema quando la carica era bassa, ma riallineandole è tornato tutto a posto.

L'elettronica di protezione delle batterie non effettua un riallineamento automatico, ed è di qualità non eccelsa, ad un certo punto mi ha lasciato a piedi. Per un po' sono andato "senza rete", con un occhio costantemente incollato al misuratore di carica per evitare di scaricare troppo le batterie, poi fortunatamente gli amici di EuroZev me ne hanno procurato un altro. Ho sperimentato vari tipi di copertura termica delle batterie, per evitare che il sole estivo me le cuocesse. E anche il caricabatteria, nato per celle al piombo, ogni tanto faceva i capricci e non si accendeva. O d'estate va usato rigorosamente di notte, altrimenti si surriscalda. Ma con un po' di pratica sono riuscito a risolvere tutti i problemi incontrati.

Ora riesco a fare qualche conto economico. L'investimento per motorino, batterie, ecc. è stato notevole, e spesso mi danno del matto. Ovviamente sono disposto a pagare più per inquinare meno, e quindi non mi sono mai preoccupato troppo per questo aspetto, ma mi sembra utile fare due conti.

Visto che le batterie al piombo, che costavano un quarto, dovevano essere cambiate ogni 6000 km, ho comunque risparmiato rispetto a quelle. Se davvero riuscissi a farci 60 mila km, significherebbe che le ho pagate 3,5 centesimi a km, a cui aggiungere 1 cent. di corrente (che non pago, offre il Comune). Per confronto uno scooter 4 tempi costa, di benzina, circa 5 centesimi a km, e un 2 tempi circa il doppio. Quindi, solo di benzina, ci sarei andato in pari. Inoltre ho molte meno spese di manutenzione; il motore elettrico è eterno, non ci sono cambi d'olio, revisioni, tagliandi. Occorre solo controllare i freni, cambiare i pneumatici, e riparare i piccoli guasti (una lampada bruciata, il sellino deteriorato, qualche botta). E soprattutto l'assicurazione costa molto meno, direi che già quella, in 10 anni, ti ripaga le batterie.

Ora sto pensando a retrofittare un secondo motorino, praticamente regalatomi da un collega quando ha dovuto sostituire le batterie al piombo (ora ha 10 km scarsi di autonomia). Ho scoperto che le batterie sono molto calate di prezzo, dovrei andare a spendere 1000 euro, la metà di quel che ho speso per il mio. Ma non è facile trovare produttori buoni, sono tutti cinesi e non hai mai molte informazioni sulla loro qualità. Soprattutto non si se le celle sono equilibrate bene, una batteria con celle non equilibrate è difficile da gestire, e dà rapidamente problemi. Ma spero di venirne a capo, con qualche aiuto.

domenica 8 aprile 2012

Memorie friulane

Di recente mio padre mi ha dato un libriccino, in cui ha scritto della sua infanzia ed adolescenza. Molto riguarda dettagli di persone che io ho a malapena conosciuto, il microcosmo di Artegna, piccolo paese della pedemontana friulana. Paesaggi che ha ritratto in tanti quadri, con case affastellate e tetti rossi. Posti dove ho passato qualche pomeriggio arrampicandomi su alberi enormi, facendo rotolare arance tra pendii di crochi e bucaneve, o seguendo mio padre mentre cacciava beccacce. Riguarda tanti particolari della sua vita, come la "terribile e contraddittoria passione per la caccia", che lo portava insieme ad allevare amorevolmente una nidiata di quaglie che avevano perso la madre sotto una falce per poi rimetterle in libertà, ed a prendere altre quaglie a schioppettate.

Ma al di là dei ricordi, quelle pagine raccontano di un mondo che ci appare ormai lontano. Un mondo in cui in tutto il paese c'era un solo telefono. Io cui andare a trovare un compagno di classe per giocarci assieme era visto male dai suoi genitori, c'era da lavorare nei campi e chi giocava era un perditempo. Le foto di classe, con 45 bambini affollati tra i banchi. Ma allora probabilmente la disciplina era un po' diversa dalle classi odierne, con il maestro ex ufficiale che, scoperta una marachella "ci sollevò in alto artigliandoci le braccia tra pollice ed indice, lasciandoci due ematomi indelebili per qualche settimana"..

Mi colpiscono le tante cose che oggi diamo per scontate. La foto della via che conosco bene, sia prima del terremoto del '76 (allora al bar dell'angolo era rimasto uno dei pochi telefoni funzionanti) che dopo. Fa impressione vederla polverosa, senza un'auto, con la gente che la percorre a piedi o in bicicletta, con ritmi più tranquilli e pacati. Le case senza acqua corrente, l'albergo dove abitava la famiglia di mio padre (mia nonna lo prese in gestione) l'aveva, con un piccolo acquedotto privato, ma solo per il bar e la lavanderia. Le lavandaie che andavano al lavatoio di borgata, anche d'inverno, ma il bucato grosso si faceva ogni due mesi, con la cenere. Niente negozi di scarpe o vestiti, il calzolaio ti cuciva le scarpe all'occorrenza, e la mamma i vestiti sulla Singer a pedale, con cui tanti anni dopo ho pure io imparato a cucire.

Altre cose si intravedono nel racconto. I tanti morti, che nel libro sono fugacemente accennati. In un'altra occasione mi ha parlato del cimitero dei bambini, con le piccole bare bianche che superavano di numero quelle degli adulti, bastava una polmonite e la TBC era endemica. E il barbiere non sterilizzava i suoi strumenti, se ti beccavi l'"ittero catarrale" (così chiamavano l'epatite) l'unico rimedio era il sale inglese. Le difficoltà a studiare, in particolare ma non solo durante la guerra, e la tenacia che ha portato tanti suoi compaesani ad eccellere nonostante tutto.

Mio figlio mi ha fatto notare le facce delle foto. Difficile vedere qualcuno sorridente, la posa è sempre molto seria, composta, persino nei componenti della filodrammatica in costume da diavoletto.

Si fa fatica a pensare che questo modo di vivere, che oggi a noi risulta così distante, stia ad appena 70 anni. La nostra vita frenetica, asfaltata, in cui lavorare nei campi è un destino di pochi e non la dura realtà per quasi tutti, in cui devi saper fare un po' di tutto perché tante cose non si comprano, è a pochi attimi di distanza. Credo che queste memorie siano preziose. Riviverle, tenerle presenti ci ricorda di quanto abbiamo guadagnato, e di quanto abbiamo perso, in questi anni. E di quanto sia facile riperdere quel che abbiamo guadagnato, magari senza poter più ritrovare quel che invece è andato perso.

domenica 1 aprile 2012

Energie rinnovabili ed energie immaginarie

Mi sono di recente associato ad una cooperativa di produzione e consumo di energie elettrica rinnovabile. Come ho scritto in precedenza io non posso mettermi un impianto fotovoltaico sul tetto, in quanto in un condominio la mia quota di tetto non basta. Ho dovuto accontentarmi di un piccolo pannello, con cui produco l'energia che sto usando ora per scrivere questo post. Non sono il solo con questo problema, ed in Piemonte un gruppo di persone ha deciso di associarsi in una cooperativa, e costruire un bell'impianto comune in un tetto libero (qui sopra un loro impianto da 50 KWp sul tetto di una scuola). I soldi dell'energia prodotta vengono divisi tra i soci e, grazie ad un accordo con una società di distribuzione, puoi acquistare quell'energia per casa tua.

Di recente la cooperativa si è allargata anche in Toscana, si sta cercando di costruire un impianto a Calenzano, ho quindi cominciato a seguire le discussioni, e sono stato ad un incontro pubblico. E ho visto il lato oscuro che minaccia sempre queste iniziative. Preciso subito che i responsabili della cooperativa mi sembrano ben vaccinati, per cui non mi preoccupo molto, per ora. E quanto racconto non è assolutamente una critica a loro, è un problema generale.

In ogni gruppo che parli di ecologia, energia, fonti rinnovabili ci sono sempre persone che cominciano a parlare di soluzioni miracolose, apparecchi che producono energia a costo zero, osteggiati dai soliti potenti, multinazionali del petrolio, industrie automobilistiche, ecc. Inventori misconosciuti, che ovviamente han dimostrato la validità del loro prodotto in test condotti davanti a testimoni affidabili (ma mai da centri dotati di adeguata strumentazione con regolari pubblicazioni).

Ultimamente spopola l'E-Cat di Rossi, che confermo, dopo essermi sciroppato tutte le "prove", non ha mai dimostrato di funzionare in modo convincente. Non ne parlo, visto che lo ha già fatto abbondantemente Ugo Bardi in una serie di post che demoliscono completamente la faccenda. O la semplice considerazione che, con le norme attuali, un apparecchio che produca energia da reazioni nucleari non verrebbe mai omologato per usi domestici.

Ma la zoologia di queste cose è molto più vasta. Provo ad elencarne qualche esemplare, senza pretese di essere esaustivo.

Comincio dall'ossidrogeno, nella versione seria una miscela di ossigeno ed idrogeno utile per fare saldature a fiamma ossidrica. Nella versione presentataci entusiasticamente giovedì scorso si tratta di mettere acqua nella benzina. Ah, funzionerebbe anche senza benzina, ma il furbo inventore usa comunque un 20% di benzina per imbrogliare i petrolieri, che altrimenti lo farebbero fuori. L'acqua, nel cilindro del motore, si decompone in idrogeno ed ossigeno, che si sa è una miscela tremendamente energetica. Anche qui, il buon Bardi ha pensato di debunkarla. Ma la lobby delle batterie al litio (è la prima volta che ne sentivo parlare) insabbia tutto.

Sempre dalla mailing list di Retenergie ho trovato queste pasticche magiche. Le metti nel serbatoio assieme alla benzina e il motore rende il 15% in più, emettendo il 75% in meno di inquinanti. Bastasse un po' di additivo magico e le compagnie petrolifere farebbero a gara a venderti la benzina additivata. Ovviamente non esistono misure di queste miracolose prestazioni, solo un certificato tedesco che in pratica ti autorizza a mettere (a tuo rischio) le pasticche nel serbatoio.


E poi c'è tutto il lungo elenco delle solite cose, di cui ho parlato in un precedente post. L'idrino ed il Magnegas di Santilli. Il MEG, di cui ho parlato qui, ed un sacco di motori magnetici, affari pieni di calamite che riescono a respingersi sempre, in un circolo chiuso, facendo girare vorticosamente un rotore. Te li vendono (come del resto ti vendono la Torre di Pisa), "satisfaction guaranteed", e te li fanno pure vedere su Youtube.

A quanto pare non riusciamo ad affrontare in modo razionale una situazione spiacevole. L'energia costa sempre di più, ce ne accorgiamo direttamente quando facciamo il pieno o paghiamo la bolletta, indirettamente quando facciamo la spesa (un piatto di spaghetti "contiene" mezzo bicchiere di petrolio, tra fertilizzanti, trattore, lavorazione e camion per trasportarlo, un televisore anche 100 litri). E allora, per non pensare che forse in un futuro vicino l'energia non potremo più permettercela, con tutto quanto questo comporta, fuggiamo. La maggior parte all'indietro: neghiamo quel che succede, è tutta colpa di petrolieri, della speculazione, o degli incentivi al fotovoltaico (che invece ci fan risparmiare, sulla bolletta, grazie al meccanismo del peak shaving). Ma presto tutto tornerà come prima, è solo un incidente passeggero.

Altri invece fuggono in avanti, verso la soluzione magica che risolverà tutto, grazie ad un miracolo che è dietro l'angolo, basta crederci (e non credere a quei pallosi fisici che pretendono PROVE) e raccoglierlo.

Il problema è che entrambi questi atteggiamenti finiscono per impedirci di vedere il vero problema, e le vere soluzioni (almeno per attenuare la botta). Alla conferenza di retenergie si è perso mezz'ora a sentir parlare di ossidrogeno, e poi serve un'altra mezz'ora per spiegare a chi non ne ha gli strumenti perché si tratti di una cavolata, quando si poteva usare quel tempo per cercare di capire come risolvere i problemi burocratici alla realizzazione dell'impianto di Calenzano. Si rischia che, se queste cose prendono piede, delle esperienze serie buttino i pochi soldi che si riesce a raccogliere in bufale. Ma soprattutto finiscono per indicare come bersagli proprio le soluzioni vere: l'accumulo di energia (problema fondamentale delle rinnovabili) diventa "la lobby degli accumulatori". Chi sbufala l'E-Cat un "venduto al sistema", che per due euro sparge menzogne sui "ricercatori indipendenti". Ovviamente se non credi a queste cose sei parte del complotto, e chi non ci crede è in primis chi si occupa del problema.

Lo stesso succede con i cambiamenti climatici. Viviamo quest'anno una siccità drammatica, speriamo nelle piogge di Aprile ma qui in Toscana servirebbero 50 giorni di pioggia continua per ripristinare le scorte idriche. Quel che paventa da anni chi studia il riscaldamento globale. Ma no, non è possibile, si tratta sicuramente di un caso, di un anno particolarmente sfortunato. Oppure delle famigerate scie chimiche, come raccontavano venerdì a Controradio. In ogni caso i climatologi, o i tecnici dell'ARPAT, sono i primi a finire (per ora metaforicamente) sul rogo. Ma ne parlo la prossima volta.

giovedì 26 gennaio 2012

Nature e il picco del petrolio

Stamane sono passato con il mio motorino elettrico davanti ad un po' di distributori, tutti con la loro brava coda di auto. Mi sembrava di vivere su di un altro pianeta, visto che i distributori li frequento forse una volta al trimestre.


Ma la scena mi è immediatamente tornata in mente leggendo il numero di oggi di Nature, la più prestigiosa rivista scientifica internazionale. Vi compare un articolo di commento sulla situazione della produzione mondiale di petrolio. La cosa più carina è questo grafico, che mostra come variano i prezzi in funzione della produzione.


Fino al 2004 (punti azzurri) un aumento della produzione, e quindi dei consumi, causava un aumento proporzionale dei prezzi, che all'incirca raddoppiavano per un aumento dei consumi da 64 a 74 milioni di barili al giorno. Da allora la produzione è rimasta sostanzialmente inchiodata a 74 milioni di barili al giorno (è inelastica), con i prezzi che vanno selvaggiamente su e giù (più su che giù), seguendo più che altro l'andamento della crisi economica. C'è una leggera tendenza ad un aumento della produzione con i prezzi, ma per arrivare a 75 milioni di barili il prezzo deve superare i 100-120$. Detto in altre parole il petrolio che possiamo estrarre è quello, fatevelo bastare.

Ma un prezzo del petrolio sopra i 100$ è, a detta di diversi economisti, incompatibile con la nostra economia. Non si tratta solo delle code al distributore, il petrolio entra praticamente in tutto: energia, cibo (fertilizzanti, agricoltura meccanizzata), distribuzione e trasporti (vedi cosa succede per un banale sciopero di un po' di trasportatori), materie plastiche... E quindi stiamo vivendo da alcuni anni in una situazione in cui oscilliamo lungo un ciclo: prezzi del petrolio alti -> crisi economica -> contrazione dei consumi -> calo (relativo) dei prezzi -> timida ripresa di economia e consumi -> prezzi alti. Governo Monti, default greco, crisi dei subprime USA, alla fine tutto è causato ANCHE da quel grafico lì sopra. E per far capire la cosa anche a chi legga distrattamente, un occhiello evidenzia la frase “The price of oil is likely to have been a large contributor to the euro crisis in southern Europe.” Il prezzo del petrolio probabilmente ha dato un grosso contributo alla crisi dell'euro nell'Europa meridionale.

Le brutte notizie però non sono finite. I pozzi di petrolio esistenti stanno calando la produzione di circa il 5% l'anno (4,5%-6,7% secondo diverse fonti). La produzione di 74-75 Mil. di barili viene mantenuta mettendo in produzione nuovi giacimenti, scoperti gli anni passati e sempre più costosi. Ma per mantenere la produzione per tempi lunghi, diciamo fino al 2030, occorrerebbe scoprire un paio di nuove Arabie Saudite. Che semplicemente non esistono. Insomma, il petrolio non è finito, ne avremo ancora per un bel po', ma sempre meno e sempre più caro. Le code ai distributori sono un assaggio di quel che vivremo tra non troppi anni. E di conseguenza questa crisi non finirà mai.

Si passa quindi in rassegna le alternative. Petrolio da sabbie bituminose? Ce nìè un sacco, ma è difficile, inquinante (1) da produrre. Il Canada potrebbe arrivare a produrne 4,7 milioni di barili al giorno, il Venezuela altri due. Il carbone? Le stime delle riserve sono state recentemente riviste al ribasso (2), il carbone che si può ragionevolmente pensare di estrarre è solo una piccola parte di quanto si stimasse. Molte speranze sono state poste nel metano, in particolare allo "shale gas"(3), che però sembra molto più difficile (ed inquinante) da estrarre del previsto. A un certo punto il giacimento si rifiuta di produrre, il metano resta intrappolato nelle rocce e la produzione crolla.

Tra le conclusioni mi sembra spicchi "questioning if and how economic growth can continue without an increase in fossil fuels" (chedersi se e come si possa mantenere una crescita economica senza una crescita dei combustibili fossili). E un aumento delle tasse sui consumi petroliferi va nella direzione giusta, perché costringe ad essere più efficienti. Ma qualsiasi cosa vada fatta, va fatta ora.

Note

(1) Ed energivoro. Alla fine diventa un cane che si morde la coda, se devo utilizzare tanta energia quanta poi ne ricavo dal petrolio estratto faccio prima a lasciarlo dov'è. In pratica, considerando tutti gli altri costi energetici, non conviene estrarre petrolio se impiego più di un terzo dell'energia che ne ricavo.

(2) dimezzate rispetto al 2004, ridotte ad un quinto rispetto agli anni '90

(3) Lo "shale gas" è metano intrappolato in una roccia porosa, ma in cui i pori non comunicano tra di loro. Viene estratto fratturando la roccia, ad es. pompandoci dentro acqua in pressione.