domenica 13 febbraio 2011

Dignità

Qualche giorno fa in una seconda elementare han parlato del lavoro. A cosa serve che la gente lavori, che lavoro ti piacerebbe fare, se i lavori hanno la stessa dignità....

Tutti gli innocenti pargoli avevano la stessa idea di fondo: lavorare serve a guadagnar soldi, e più se ne guadagna meglio è. Da grande vogliono fare lavori in cui si guadagni tanto, il calciatore, l'attrice, così han tanti soldi e possono comperarsi la villa, la macchina, l'aeroplano, bei vestiti. L'idea di un lavoro che serva per far andare avanti la società, che fornisca servizi e beni agli altri era qualcosa di molto secondario. L'idea che esistano persone che lavorano gratis (e ne vedono, le iniziative di volontariato in quartiere ci sono, pure un doposcuola di cui alcuni di loro usufruiscono, alcuni hanno la mamma casalinga) gli era totalmente nuova. Ovviamente l'idea di un senso della vita che non sia avere beni di lusso non gira, almeno non a quell'età.

Non è una filippica contro le nuove generazioni. Come dicevo, iniziative di volontariato di tutti i tipi ce ne sono, e ci lavorano (perché, sottolineo, è un lavoro) un sacco di giovani. C'è pure un'associazione di studenti che tiene aperta la biblioteca di quartiere oltre l'orario dei dipendenti pagati.

Ma l'impressione è che ci sia una grossa fetta della società, ben rappresentata in TV, in cui gli unici valori sono quelli che han recepito molto bene quei bimbi. Soldi, carriera, successo. Se non li ottieni sei un perdente.

Un'impressione del genere l'ho avuta leggendo tempo fa un blog, in cui si parlava degli scandali che continuano a colpire il nostro governo. La tesi era grossomodo: di cosa ci si scandalizza? Tutte le signore benpensanti che oggi parlano di dignità femminile, dove erano a 18 anni, quando entravano in discoteca gratis perché si sa che il materiale femminile "tira"? Non è prostituirsi anche quello? E quelle più avvenenti, a cui offrivano di ballare sul palco, o di sedere ai tavoli con i clienti per indurli a "offrire" la consumazione, forse si rifiutavano? Mentre noi maschi dovevamo sborsare 50, 100 mila lire di ingresso e consumazione. Proseguiva descrivendo il tipo di locali e di presenze femminili che li frequentavano, ma questo è un blog per famiglie.

Ci sono rimasto. Sarò andato qualche volta in una discoteca, ma pagava anche la mia compagna. E il biglietto non costava sicuramente quelle cifre, non le avrei mai scucite, con 100 mila lire campavo una settimana con la borsa per astronomo della Regione Toscana, affitto incluso. Anche ora, ogni tanto, vado a ballare, in una casa del popolo con biglietto di 10 euro (consumazione inclusa) indifferenziato per sesso., e da come è frequentato mi sembra che una bella fetta di popolazione ami quel tipo di locali. Nessuno dei miei amici è stato in un locale del primo tipo. Nessuna delle mie amiche, che io sappia, faceva l'"entreneuse" ai tavoli di un locale, e forse qualcuna poteva farlo per sbarcare il lunario, non certo per entrare gratis in un locale da 100 mila lire a serata.

Ma evidentemente quello fuori dal mondo sono io e la mia cerchia di amici. A quanto pare, dal successo del nostro governo, i "buga bunga" sono la segreta aspirazione non solo de maschi (che amerebbero farsi dicottenni e minorenni), ma pure di giovani fanciulle e dei loro genitori, che "magari mia figlia fosse la fidanzata di Berlusconi", e di attempate signore che ammirano le prestazioni viagrose del premier.

Del resto lo sanno tutti che prendo 6000 euro al mese (recentemente aumentate a 6800) per scrivere questo blog, mica crederete che ci rimetta dei soldi per la lunga serie di attività extralavorative che faccio, conferenze, valutazioni delle realtà finanziate da bancaetica, articoli sugli argomenti più disparati... Chi me lo farebbe fare altrimenti? Si sa che neppure i cani muovono la coda gratis. O no?

Alla fine mi resta un solo dubbio. È il risultato di 30 anni di TV, a cui io per fortuna sono immune non guardandola mai, o i nostri politici ha saputo cogliere i desideri repressi della gente, dargli voce e "dignità" (si fa per dire), e han successo per questo? In altre parole, devo augurarmi la sparizione del genere umano (obiettivo su cui ci stiamo impegnando attivamente) o c'è ancora speranza? Dalle notizie di oggi (mi ha colpito soprattutto la partecipazione di donne di destra alle manifestazioni, hanno tutto il mio plauso) sembrerebbe che sì, una speranza ci sia.

sabato 5 febbraio 2011

Cura dello shinai

Oggi divagherò parecchio dai miei soliti argomenti, mi scuso con chi non è interessato a questo.

Da alcuni anni pratico Kendo. La cosa lascia molto sorpreso chi mi conosce, sono un convinto nonviolento. Ma mi affascina la filosofia dietro alle arti marziali, la ricerca di un costante superamento dei propri limiti (nel mio caso ho un grosso spazio di miglioramento), il rispetto per chi ci si trova di fronte anche in situazioni "dure", il sapersi concentrare su quello che si fa ma anche distaccarsene, evitando che sia quello a condurci. Ho cominciato a capire il concetto di Ki, che anche per un razionalista come me ha un suo spazio. Non riuscirò mai a credere a "energie misteriose", ma visualizzare il flusso dei propri movimenti, immaginarli provenienti da punti del corpo, è un modo molto efficace per capire cosa si sta facendo e come.

E in fondo il Kendo è la cosa migliore per un nonviolento. A differenza di altri arti marziali a corpo libero, non credo mi verrà mai la tentazione di sguainare una katana per autodifesa, innanzitutto perché non ne ho una a portata di mano, e poi perché sarebbe una mossa decisamente folle (e probabilmente suicida).

Finita la pappardella introduttiva, passo al mio lavoro di stamattina. Il mio vecchio shinai (la spada di bambu che non ti fa granché male neanche se ti picchia in testa) ormai ne aveva prese troppe, e me ne sono comperato uno nuovo. Per cui ho provveduto alla manutenzione iniziale, che ho fotografato in dettaglio ad uso di chi si trova a dover fare la stessa operazione. Essendo arrivato in fondo credo di aver fatto tutto giusto, e non è poi molto distante da quel che ad esempio si legge qui, ma tenete presente che sono un principiante, correzioni e consigli sono sempre benvenuti.

Uno shinai è composto da 4 take, liste di canna di bambu tagliata in 4. I tagli sono netti, a spigoli vivi, e quindi è necessario arrotondarli per permettere loro di scorrere e di assorbire il colpo. Uno spigolo vivo inoltre si scheggia più facilmente. I take devono anche essere oliati periodicamente con olio di vaselina o olio choji (quello per la manutenzione delle katane), per renderli più flessibili e prevenire le scheggiature.

Smontare lo shinai non è difficile, il difficile è rimontarlo dopo. Per cui ho fotografato tutti i lacci e nodi in modo da riuscirci. Il primo elemento da slegare è il tzuru, il cordino che indica il lato non tagliente della "lama". Il capo è infilato sotto il laccio in pelle a cui è agganciata. Il nodo sembra complicatissimo, per fortuna non serve disfare tutto.

Ma le immagini valgono più delle parole.

Il passo successivo è numerare i take, per poterli rimettere insieme nell'ordine giusto. Io numero come "1" quello sotto il tzuru, e poi in senso antiorario, visto dalla tzuka. Naturalmente dopo aver sfilato la tzukagawa (la copertura in pelle della tzuka)


Ed ora si slaccia il nakayui, la strisciolina di cuoio che tiene insieme i take. Quindi si sfila il kissaki (la punta) e ricordiamoci che esiste una specie di "tappo" (il sakigomu) che tiene distanziati correttamente i take.


Ora possiamo separare delicatamente i take, che sono tenuti insieme all'estremità della tzuka da una lama quadrata di acciaio. Talvolta sono anche debolmente incollati,per cui occorre fare un po' di forza con un cacciavite.


E ora ho tutti i pezzi in ordine sul tavolo. Nell'inserto un dettaglio della lama che li tiene uniti (non è molto tagliente ma fateci lo stesso attenzione).


Con un foglio di carta vetrata (medio-fine, circa 150) arrotondate gli spigoli interni di ciascun take, per i primi 3 internodi dalla punta (la tzuka è meglio se rimane com'è). Devono essere "morbidi" al tatto. Qui sotto un take prima e dopo la cura


Quindi passate con carta da cucina o un panno di cotone abbondante olio. Olio di vaselina fine mi dicono vada bene, io preferisco il "choji", che ha un odore molto più gradevole.

Infine la parte più divertente (si fa per dire), rimontare il tutto. Si comincia ricomponendo i 4 take, nell'ordine corretto, incastrandoli nella lama. Una volta che sono ragionevolmente a posto, si infila la tzukagawa per mantenerli in posizione, facendo attenzione che il laccio corrisponda al take n. 1.

Per mantenere fermi i take, infilate anche sakigomu e kissaki (gommino quadrato e punta). Rotolate la tzuka contro una superficie dura, per incastrare bene i take, e spingete in su la tzukagawa, ripetendo il tutto finché non è tornata al suo posto.

Riallacciamo il nakayui, guardando attentamente le foto ed eseguendo i lacci in ordine inverso. Talvolta la posizione corretta è data da un nodino sul tzuru, altrimenti fissarlo a circa una spanna dal kissaki.

Infine riallacciamo il tzuru alla tzukagawa. Si passa l'estremità fissa nel laccio di cuoio della tzukagawa, nel cappio lungo il tzuru, sotto il nodo della tzukagawa, attorno alla base del laccio e si fa un primo nodo piano. Il tzuru deve essere moderatamente in tensione (deve vibrare se pizzicato), ma non troppo, non ha una funzione meccanica. Quindi lo si arrotola altre 6-7 volte attorno al laccio, si fissa con un ultimo nodo e si passa dentro e sotto il laccio (ancora, vedi le foto).

Con un po' di fortuna, dovrebbe essere uguale all'inizio, ma con i take che scorrono bene tra di loro e un buon odore di chiodo di garofano.

giovedì 27 gennaio 2011

Memoria

Oggi è la giornata della memoria.

66 anni fa, in questi giorni, mio nonno veniva arrestato, tra l'altro per aver fornito documenti falsi a famiglie ebree(1), e dopo un mese deportato a Dachau. Tornerà il 29 Maggio, e mia zia si chiedeva perché mia nonna piangesse tanto di fronte a quel tipo magro. Non l'aveva riconosciuto, non era riconoscibile. Ce l'ha fatta per poco, alle ultime selezioni i compagni lo sorreggevano perché non si reggeva più in piedi, e lo sterminio finale dei prigionieri fu fermato solo quando gli alleati tagliarono le vie di uscita dal campo. Del suo vagone sono tornati in 2. Non ha mai voluto raccontare, se non degli ultimi giorni della liberazione. "Han già scritto in tanti, è tutto vero".

Sono stato a Dachau due volte, una con mio figlio che non ha retto l'impatto emotivo, siamo usciti prima di vedere tutto.


Occorre ricordare. Perché queste cose possono risuccedere, risuccedono. Occorre ricordare per prevenire. Per sapere che il mostro è dentro tutti noi, e si nutre di tutte le volte che guardiamo dall'altra parte. Come (i) alcuni cittadini di Monaco. Anche se non girare lo sguardo costa, mio nonno lo sapeva.

(1) In realtà non riuscirono a provarlo, grazie anche all'eroismo di una persona che entrò nell'ufficio presidiato dai tedeschi e distrusse i documenti in questione.

giovedì 20 gennaio 2011

Modulari A/38

Ne ho già parlato, riferendomi ad una nota avventura di Asterix, e faccio un breve aggiornamento.


Il decreto 136 del 13/8/2010 è stato recentemente convertito in legge, e sono state diffuse istruzioni (criptiche) su come comportarsi per acquistare beni o servizi nella pubblica amministrazione.

L'interpretazione della mia amministrazione è la seguente:
  • ogni ordine, per qualsiasi importo (anche le viti dal ferramenta) deve essere corredato da un codice CIG, che identifica l' "appalto" (anche se l'appalto per piccole spese non è in realtà necessario). Siccome il CIG viene rilasciato da un ufficio centrale con specificata la spesa devo avere un'offerta precisa per l'importo. E ovviamente questo richiede un po' di tempo e lavoro da parte dell'amministrazione
  • la ditta deve compilare un modulo di tracciabilità finanziaria, in cui dichiara che il conto corrente su cui la paghiamo verrà usata per tutte le spese, di materiale, personale, servizi (es. l'affitto del negozio) inerenti all'ordine.
  • la ditta è obbligata a riportare i codici CIG interessati in tutte le fatture fatte ai fornitori, dipendenti, ecc.
  • se sgarra, non la paghiamo.
Ad ottobre ho mandato il modulo ad una ditta inglese (in realtà un ufficio di un'università) che, con una intelligente operazione di consorzio, riesce a spuntare prezzi convenientissimi per licenze software educazionali di CAD elettronici. Il mio laboratorio può permettersi di spendere 2000 euro l'anno per i CAD che ci consentono di costruire apparecchiature elettroniche (che so, il correlatore del radiotelescopio ALMA), ma non può certo spendere 10 volte tanto, visto che non vendiamo questi strumenti. La ditta in questione, comprensibilmente, non mi ha neppure risposto, chi glie lo fa fare, sono ricercatori come noi che già si sbattono per fare un servizio, non possono impazzire a tracciare codici CIG che manco capiscono che siano.

Il risultato è che dal primo Gennaio io il software non ce l'ho più. Riesco a barcamenarmi con delle licenze "dimostrative" che ti consentono di lavoricchiare, ma non so per quanto, e alla prossima licenza che mi scade mi fermo del tutto.

È un problema generale. La seconda condizione equivale a pretendere che la ditta abbia un solo conto corrente. Ora molte ditte hanno più conti correnti per motivi validissimi, ad es. perché han sia fornitori europei (conto in €) che statunitensi (conto in $). O perché pagano un mutuo con una banca ma poi han trovato una banca che fa condizioni migliori. O perché hanno più di un mutuo. Una nota ditta di computer di Firenze paga i dipendenti su un conto corrente, ma ne usa un secondo per tutto il resto.

E anche la terza condizione non è da meno. Supponiamo mi serva da una ditta che assembla computer. Ovviamente questa ditta può avere un centinaio di clienti nella pubblica amministrazione, e ordina i pezzi da una decina di ditte differenti. In ogni ordine ai suoi fornitori deve indicare che computer ha costruito con quei particolari pezzi, uno ad uno (tramite i rispettivi CIG). Ogni busta paga deve contenere i CIG di tutti gli ordini fatti. Sperare lo faccia un fornitore, magari estero, da cui vai a comperare quel particolare componente che fa solo lui è fantascienza.

Al dipartimento di astronomia hanno appena imbiancato una stanza. L'imbianchino ha già giurato che è l'ultima, ci ha messo più tempo a recuperare, compilare, vidimare i moduli che ad eseguire il lavoro.

Qualcuno ha un suggerimento per inventare un modulario A/39?

martedì 18 gennaio 2011

Computer d'annata

Mettendo in ordine vecchie carte, ho trovato questo documento di 2 pagine, in cui l'allora direttore dell'Osservatorio di Arcetri , Guglielmo Righini, viene messo al corrente delle caratteristiche, e dei costi, per l'acquisto di un megacomputer.




Correva l'anno 1965. Le università di Bologna e di Firenze avevano bisogno di un nuovo computer, e ci informò di quanto costava un Univac 1107, uno dei più grossi computer dell'epoca (che ispirò il famoso Multivac di Isaac Asimov). Ho trovato questa pagina che descrive quello all'opera al CASE Institute a Cleveland.

Veniamo così a sapere, dalla lettera a Righini, che un computer con CPU da 660 kHz, RAM da 256 kbyte (una parola era lunga circa 4 byte), hard disk da quasi 4 Mbyte costava 650 milioni dell'epoca. Difficile rapportarlo ad oggi, ma con gli indici ISTAT si arriva a circa 9 milioni di euro.

Non so se il computer sia stato effettivamente acquistato, e per quanti anni sia servito allo scopo. Ho cominciato a utilizzare computer quando sono arrivato all'università, nel 1977, e l'IBM 370 era una macchina completamente diversa, capace di sostenere un centinaio di utenti interattivi, con 64 megabyte di memoria indirizzabile, dischi "veri" in cui tenere i tuoi programmi. Ho usato anche le schede e i nastri di carta, questi ultimi per un vecchio HP con 16 kbyte di RAM, che costava abbastanza poco da essere alla portata di un istituto di ricerca. E poi i primi microprocessori, il mondo che cambiava sempre più veloce.

lunedì 13 dicembre 2010

La via più breve

Dicono che la via più breve tra due punti sia una retta. Apparentemente a Firenze no.

La settimana scorsa sono arrivato alla stazione di Firenze (punto A), e dovevo andare nel punto B. L'unico autobus che porta in zona è attualmente il 23, per cui, dopo aver ritrovato la fermata (che più o meno ogni 2 mesi viene spostata), sono salito a bordo. Alcune persone dovevano andare in piazza S. Marco (punto C), per cui han chiesto conferma all'autista che l'autobus fosse quello giusto. Per andarci a piedi si può seguire il tracciato verde, è circa un km, 12 minuti secondo Google Maps.

L'autobus parte e imbocca il tracciato azzurro. Le strade intorno alla stazione sono strette e trafficate, per cui ci mette un quarto d'ora per arrivare a viale Strozzi. Dopo circa 25 minuti è finalmente in piazza S. Marco, con le signore che stanno imprecando. Altri 8 minuti e arrivo in vista della mia destinazione, ma giunto sul Lungarno il bus gira a destra anziché a sinistra. Siccome lo so, scendo e mi faccio a piedi il breve tragitto che rimane. Dopo 38 minuti sono finalmente arrivato, l'autobus si intravede in lontananza, a fare il giro ci mette circa 10 minuti.

Seguendo il tragitto rosso (circa 2,8 km) a piedi ci avrei messo 34 minuti, sempre secondo Google, al mio passo meno di 30. L'autobus ce ne ha messi oltre 40, per un percorso complessivo di 7.4 km.

Non si tratta purtroppo di una situazione eccezionale. I tragitti degli autobus a Firenze sono praticamente tutti di questo tipo, per la necessità di servire l'area più vasta possibile con una sola linea. Le chiusure agli autobus del centro sono affrontate con detour anziché con una riprogettazione della linea (o del servizio), per cui i percorsi si allungano ulteriormente. Ad es. se ci fosse una fermata su viale Strozzi vicino a via Valfonda, uno potrebbe prendere l'autobus lì ed evitare il giro dantesco iniziale, ma non ce n'è. I poveri autisti si barcamenano con utenti incazzati, informazioni che mancano, col traffico.

E alla fine, a Firenze, se hai fretta non conviene prendere l'autobus, molto meglio andare a piedi.

domenica 5 dicembre 2010

Made in Italy


La legge 185/90 disciplina le transazioni commerciali di armi. Tradotto in italiano, dice a che condizioni una ditta può vendere armi all'estero. Tra gli obblighi vi è quello di specificare la banca su cui ci si appoggia per i pagamenti, e gli importi. Questo consente, ogni anno, di stilare un elenco delle cosiddette banche armate, le banche che sono coinvolte, per cifre più o meno grandi e per varie tipologie di armi, in questi commerci.

Possiamo ad esempio sapere che vendiamo aerei in Nigeria, e un sacco di materiale in Turchia, paese noto per interessanti "triangolazioni".

O Banca Etica ha potuto scoprire che alcune banche con cui collaborava erano coinvolte in queste operazioni, e ha quindi spinto perché ne uscissero.

Questo non fa piacere né alle ditte coinvolte né alle banche, per cui ci sono fortissime pressioni per non applicarla, almeno in parte. E così da 3 anni dal rapporto annuale che il Ministero degli Interni è sparita la tabella delle singole operazioni, prevista dalla legge, per cui sappiamo solo gli ammontari complessivi ma non i chi e i cosa. E l'attuale governo sta preparandosi a modificare in modo radicale la legge.

Di fatto l'industria bellica è un punto di forza del nostro export, e in questo periodi di crisi "tira" parecchio: nel 2009 sono state concesse autorizzazioni alla vendita di armi per 4.9 miliardi, il 60% in più dell'anno prima. Intere città vivono di questo. Peccato che queste armi siano destinate (anche) alle polizie degli stati più dittatoriali, o ad alimentare conflitti in diverse parti del mondo.

È difficile immaginarsi 4.9 miliardi. Sono 75 euro a testa che entrano in Italia. 300 euro per una famiglia di 4 persone. Se ci chiedessero di sborsare tutti 75 euro a testa per non esportare armi, lo faremmo?

Il tutto mi è tornato in mente leggendo questo post dell'amicoClaudio Casonato, e quando ho ricevuto una lettera di un ex allievo di un istituto aeronautico, che vi allego.

All’attenzione del Dirigente Scolastico e del corpo docenti del “Fauser”, Novara

Io sono stato uno studente, tra i migliori, che ha frequentato il “Fauser” tra il 1985 e il 1988. Ho fatto tanti sacrifici per raggiungere il diploma… i viaggi ogni giorno in treno da Vanzaghello alle 6.51, lo studio intenso ed ampio… e tanti sacrifici li hanno fatti i miei genitori, provenendo da una famiglia semplice e povera.

Il “Fauser”, ai miei tempi, era l’ITIS di Costruzioni Aeronautiche più importante (e più duro) del Nord Italia. Io l’avevo scelto per la passione del volo che avevo ed ho… tanto che quando ho partecipato alla “top gun” per studenti provenienti da tutta Italia (nel 1987) all’aeroporto militare di Cervia sono arrivato 16° su una lunga fila di partecipanti (in “teoria” li battevo tutti; un po’ meno a guidare l’aereo… per cui non sono arrivato in finale per questo motivo).

Sinceramente ora però vi devo confidare che provo vergogna nell’essere un “fauseriano”; il vostro Istituto ha preso delle scelte che sono profondamente contrarie alla vita e allo slancio per il volo.

Iniziamo da un fattore ‘estetico’. L’Aermacchi MB 326 che avete issato all’ingresso dell’istituto come una bandiera. Ma lo sapete quante morti ha sulla coscienza quell’aereo?

In Italia è stato venduto come addestratore militare per i piloti che poi avrebbero volato anche sui Tornado e AMX. Ma all’estero? Ve lo siete mai chiesto? Vi aiuto io. È stato venduto a: Sudafrica (violando l’embargo internazionale a causa dell’Apartheid), Congo, Ghana, Zambia, Nigeria, Tunisia, Dubai, Argentina, Perù, Brasile, Australia e Malesia. E lo tenete ad immagine del vostro istituto?

Recentemente, poi, ho saputo del corso post-diploma che dovrebbero seguire alcuni studenti per la preparazione a diventare tecnici per la costruzione del cacciabombardiere F35 a Cameri (NO). E qui, lo ammetto, le mie residue capacità di pazienza e di rispetto per la scuola che ho fatto sono venute meno ed è subentrata una grande indignazione. Ma vi rendete conto di quanto ciò significhi? L’F35 non è un addestratore militare (pur ripudiando anche quella scelta) ma è un cacciabombardiere da attacco al suolo, nato non per giacere in un hangar, ma per distruggere villaggi, famiglie… come le nostre… come le vostre. E gli studenti che faranno questa scelta? Non so quanto saranno liberi in coscienza di farla o saranno condizionati dalla scuola, dalla famiglia, dai mass-media, dai politici locali… In entrambi i casi non posso che disapprovarla radicalmente ed, essendo la lettera indirizzata a voi insegnanti, vi chiedo e vi imploro di non indottrinare militarmente gli studenti. Fate obiezione di coscienza: io mi rifiuto di insegnare quella parte di materia; io mi rifiuto di portare i miei studenti in visita a Cameri, in Aermacchi, in AgustaWestland, come esempi da seguire professionalmente per la loro vita.

A costruire armi, usiamola finalmente questa parola e svestiamo i surrogati (“intercettore”, ecc.) che sono usati per coprire gli aerei o gli elicotteri che andranno ad assemblare viene meno anche l’umanità di chi le costruisce. È un investimento di energie, intelligenze, tempo, passione che va contro la costruzione e il rispetto per la vita, tutto a sottrazione di tempo, energie, denari, ecc. che dovrebbero andare a finire nella direzione della difesa della vita. Oppure non è più questo che una scuola deve trasmettere agli studenti, al di la delle materie didattiche? Far loro fare un cammino di coscienza per arrivare a scegliere quale sarà il loro futuro professionale migliore per loro e per coloro che vivono intorno a loro, siano essi vicini o fisicamente lontani?

Vi chiedo di fermarvi a riflettere su questa lettera e sui contenuti che fate passare agli studenti. Grazie!

Samarate (VA), 16/11/2010

Stefano Ferrario