
Se sei fortunato nella vita ti capita di incontrare una persona eccezionale, una di quelle che ha fatto un pezzo di storia, che ha lasciato un segno, nella vita di tutti i giorni e nella società in cui viviamo. Quelle veramente eccezionali non ti accorgi di chi siano se non dopo averle incontrate e cominciate a frequentare. Ti rendi subito conto che hanno uno spessore, ti trasmettono qualcosa, ma ci tengono a che tu ti rapporti con loro per le persone che sono, e non per quel che rappresentano.
Trent'anni fa ho incontrato, per caso, una di queste persone. Una signora che è stata una specie di zia nei miei anni di università a Pisa, conosciuta perché, comunista storica, ha voluto avvicinarsi alla religiosità cattolica, e ha cominciato a frequentare la parrocchia che frequentavo anch'io. La cosa non ha funzionato, per lei, ma l'amicizia è rimasta.
Il nome all'inizio non mi diceva niente, Teresa Mattei mi ricordava solo il Mattei dell'ENI, con cui non c'entrava nulla. Ma nelle tante serate a cena insieme, ogni tanto saltava fuori un riferimento a Togliatti, alla Costituente, alla resistenza. E pian piano ho scoperto chi era quella signora sulla sessantina, con la parlata sempre pacata. Tra le fondatrici dell'UDI, la più giovane partecipante alla Costituente di cui fu segretaria. Molte cose su di lei mi sono arrivati da racconti di altre persone, lei non raccontava mai le cose di cui vantarsi, i gesti "eroici", come la storia della sua tesi di laurea. Raccontò del fratello, suicidatosi per non tradire i compagni sotto la tortura dei nazisti. Un aborto, imposto per motivi di partito, non stava bene che una dirigente comunista avesse un figlio illegittimo.
Ed episodi più divertenti, come quando un controllore la scoprì, vestita semplicemente e che mangiava una mela, nel vagone riservato ai parlamentari: "E tu che ci fai qui?" "Sono deputata, devo andare alla Costituente" "Sì, raccontane un'altra". O la famosa storia delle mimose. Nell'UDI si parlava di che fiore associare all'8 Marzo, e vennero tirate fuori addirittura le orchidee. "E chi se lo può permettere, sono matte?" Così lei propose un fiore semplice, che si può trovare nei campi, senza stare a spendere. Mi confermò quello che avevo sempre sospettato leggendo "Il barone rampante": Calvino amava arrampicarsi sugli alberi. E tante, tante discussioni sulle cose più disparate, dagli anni di piombo, ai figli, ai diritti dei bambini. Si lavava i piatti della cena assieme, con uno strano grembiule che lei aveva inventato per gli operai nelle fabbriche, se finiva dentro un macchinario si sfilava senza trascinarci dentro chi lo portava.
Finché lei non si è trasferita ad Usigliano, un microscopico paesino dell'entroterra pisano, e io a Firenze, a fare l'astronomo. L'ho rivista una decina di anni dopo, raccontava ad un convegno del suo lavoro per il diritti del bambini alla comunicazione. Passammo una serata assieme, in cui ritrovai la sua passione, il suo modo insieme pacato e infervorato di affrontare il mondo. Poi non l'ho più rivista. Qualche mese fa l'ho sentita rammentare da Benigni, nel suo spettacolo sulla Costituzione. E oggi un'amica comune mi ha segnalato l'articolo di Repubblica che ne riferiva la morte, a 92 anni.